Spaghetti cozze e carciofi
Quando —dicevo— sai che puoi contare ancora per pochi giorni di pesce di qualità a buon prezzo, ne approfitti e fai manbassa.
Gli è che un’altra delizia autoctona sono i carciofi — o “carcioffi”, come scrivono praticamente tutti i venditori a San Benedetto sui cartelli delle primizie sulle bancarelle.
Per cominciare pulite i carciofi —uno a testa per i commensali— e gettateli in acqua acidulata con limone. I gambi vanno puliti di tutti i filamenti e affettati a rondelle non troppo spesse (diciamo due, tre millimetri di spessore). Affettate i cuori molto sottili e metteteli a soffriggere in un tegame con aglio, olio e peperoncino. Ricordate che il peperoncino tanto più soffrigge, tanto più aumenta la propria piccantezza; quindi se non li volete troppo piccanti o ne mettete poco, o ne mettete a metà cottura.
Aggiungete un mezzo bicchiere di Vermentino e di tanto in tanto l’acqua di cottura della pasta per intenerire la polpa e profumarla con un retrogusto leggermente acre.
Quando gettate la pasta, aggiungete ai carciofi delle cozze. Appena si aprono sgusciatele —cioé finite di spalancare con la forza le valve e togliete il frutto— e lasciatele cuocere a fuoco lento. Ad alcuni piace che alcune cozze rimangano nei gusci, ma non fatevi prendere dalla foga: è tutta scena.
Salate il condimento, tirate la pasta al dente e finite di cuocerla saltandola nel tegame con carciofi e cozze. Se dovete aggiustare il sale, questo è il momento.
A freddo spolverate con prezzemolo e, se vi piace, irrorate di bottarga di muggine.
Accompagnare con lo stesso Vermentino di Gallura di cui sopra, o con un bianco altrettanto fruttato.
Se siete di quelli che credono che frutti di mare e di terra dovrebbero starsene ben lontani dalla medesima portata, o addirittura dallo stesso pasto, beh, questo è il piatto che vi consiglio per una profonda crisi delle vostre credenze.
Speghetti al sugo di pesce spada
Tra le altre, una cosa sono sicuro che mi mancherà molto di qui: il pesce fresco a prezzo ragionevole.
Prendete un trancio di spada non troppo grosso e tagliatelo a striscioline molto sottili. Quando l’acqua bolle e state per gettare la pasta, tagliate a quarti dei pomodori ciliegini. Fate saltare con olio aglio e peperoncino tritato i pomodorini con i filetti di spada, poi fate sfumare un mezzo bicchiere di Vermentino di Gallura. A metà cottura aggiungete sale e olive nere tagliate molto sottili.
Tirate la pasta molto al dente e fatela ‘risottare’ nel sugo a fuoco vivace. A freddo aggiungete prezzemolo tritato e origano.
Settimana prossima si passa al secondo, spada in umido al forno e roast-beef di tonno al sesamo: you should hammer your iron when it’s glowing hot…
Ragtime millionaire
Tagliando i fondi alle forze dell’ordine, limitando fortemente i poteri d’indagine e introducento a sprazzi e con almeno tre false partenze l’invenzione della sicurezza cacio e pepe più comunemente detta “ronde”, il governo Berlusconi riesce a mettere nel sacco due pericolosi capimafia nella lista dei trenta più grandi ricercati in Italia. E come nella più triste tradizione italiana parte anche il codazzo di statistiche con i più, i punti percentuale e i numeri sparati ad altezza uomo da Minzolini sul TG1 in prima serata: «aumento vertiginoso dei catturati nella lotta alla mafia rispetto ai precedenti governi».
Immagini da populismo di ribalta: un po’ come se un clochard che ha ricevuto un’inaspettata e lauta donazione da un anonimo passante, a fine serata dicesse tra sé e sé che ha inanellato un aumento dei 1500% in solo un giorno sui propri profitti.
Leave and let die
Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.
Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.
Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.
Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.
Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.
Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.
Preparati comunque a soffrire.
Con affetto,
tuo padrePier Luigi Celli - Ex direttore generale della Rai, attualmente direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli
“Inglourious Basterds”
«We’re giving you something you can’t take off…»
— lt. Aldo Raine
[****½]
“Inglourious Basterds” mette Brian Synger a tappeto alla prima ripresa.
Se il cinema di Tarantino è riuscito a diventare caratteristico, lo deve al suo approccio esteta senza contaminazioni e nel suo significato più etimologico, ossia veicolato esclusivamente attraverso i sensi e facendo coincidere significante e significato. I suoi personaggi, i suoi dialoghi, le sue situazioni, le sue citazioni, le sue tecniche narrative stesse sono apprezzabili proprio perché irreali, e di questa lontananza dal vero si gode e basta, senza preoccupazione e accontentandosi della definizione di «fumetto». Se non ci fosse la distanza enorme che Tarantino mette tra la poltrona dello spettatore e il telo di proiezione, se lo spettatore anziché rimanere innamorato di quelle icone plastiche che sono i suoi personaggi si immedesimasse in loro mostrando simpatia —ovvero vicinanza dei sentimenti— si accorcerebbe d’improvviso questo spazio vitale e si romperebbe il delicato incantesimo.
“Inglourious Basterds” muove in direzione ostinata e contraria rispetto al cinema ‘d’autore’ americano, e fregiandosi la casacca con il colossale fallimento del suo predecessore “Deathproof”, fa di sé quanto di più distante si possa concepire dal verismo, rimarcando quasi ostinatamente i dieci comandamenti del cinema di Tarantino. Nel suo runtime “Inglourious Basterds” è una carrellata di esperienze cinematografiche del regista, come la vita che si dice scorra davanti agli occhi prima di morire, da Sergio Leone ai kung-fu movies d’estremo oriente, passando per il cinema del Belpaese anni ‘70 e strizzando l’occhio al cinéma post bellico d’oltralpe.
Come una slavina che travolge tutto ciò che attraversa facendolo parte di sé, Tarantino arriva a valle con un film che spazia dallo Spaghetti Western del monologo d’apertura, passando per le inquadrature goderecce grondanti violenza dell’esecuzione del colonnello nazista, via via verso l’organizzazione dell’attentato e il finale in un crescendo rossiniano. Fare un elenco di tutte le citazioni, i luoghi letterari, le scatole cinesi, i piccoli feticci i grandi omaggi —perfino autocitandosi!— con cui costella la sua sceneggiatura sarebbe pura scolastica. La metrica di Tarantino scandisce ogni singola scena rendendola bella anche per il solo fatto di essere un tassello in una galleria («Ars gratia artis»), senza il più pallido intermezzo morale, senza lo zampino del biasimo e disegnando un mondo popolato da Supermen costretti a vestirsi da Clark Kent [cfr. “Kill Bill”]. In un delirio di erotismo fetish per la pop art e il suo simbolismo autoreferenziale, è il percorso stilistico di una vita racchiuso in due ore e venti.
Felicemente immorale, scanzonato e dichiaratamente inconcludente, questo film è per Tarantino come l’ultima svastica scolpita nell’ultima scena di tutto il film è per Brad Pitt; parole sue, e io concordo in pieno. Forse ne avrà fatti di «più leggendari», forse sono altri ad essermi piaciuti di più e forse non è questo quello a cui dovrà il suo maggior riscontro di pubblico e critica, ma questo è quello in cui riesce a strillare a due polmoni il suo cinema.
“Public Enemies”
«They ain’t tough enough, smart enough or fast enough.
I can hit any bank I want, any time.
They got to be at every bank, all the time»
«I was raised on a farm in Moooresville, Indiana.
My mama ran out on us when I was three,
my daddy beat the hell out of me
’cause he didn’t know no better way to raise me.
I like baseball, movies, good clothes, fast cars, whiskey, and you…
what else you need to know?»
– John Dillinger
[***½]
Il John Dillinger di Johhny Depp è John Dillinger. E se Michael Mann è sempre stato, per definizione, il regista che riesce a tradurre sulla pellicola contemporaneamente il personaggio, l’azione e il cinema che c’è in una sceneggiatura, allo stesso modo —in questo film— Johhny Depp è l’interprete che riesce perfettamente a recitare un Dillinger romantico —in senso etimologico— sicuro di sé ai limiti della hybris e perfettamennte anti-eroico.
Se c’è qualcosa che si può rimproverare a Mann, è di aver rivisitato un territorio che aveva già sviscerato con “Heat” riproponendo, più per senso del dovere morale che per una reale maturazione, il nodo a scorsoio dello scontro tra l’uomo di legge e l’uomo senza legge. E lo si vede nella scena della conferenza stampa fuori dall’edificio federale, quando l’ambizioso J. Edgar Hoover davanti ai microfoni della stampa esordisce col fare del giusto: «dichiaro che oggi gli Stati Uniti d’America inizieranno la loro prima guerra contro il crimine». Se si potessero sintetizzare i sentimenti del regista in due sole scene, queste sarebbero proprio quella di Hoover e l’interrogatorio di Billie; forse gli unici due momenti in cui Mann sgrana il punto focale della sua presa sulla macchina da cinema e infila tra le pagine in bianco e nero un foglio colorato che porta inevitabilmente il suo nome ma che stona non avendoci mai abituato a un peso così grande dei suoi sentimenti sulla sceneggiatura e quindi sulla ripresa.
Michael Mann è il regista che per la monumentale scena della rapina in banca con sparatoria annessa di “Heat” ha ingaggiato nientepopòdimeno che sua signoria Edward Bunker in persona, ché gli facesse da ‘consulente’ per creare la rapina più spettacolare dalla nascita del cinema ai giorni nostri, è l’autore di dialoghi e scene d’azione miste a musica e sentimenti come fossero le stesse manifestazioni dello stesso spirito nel memorabile “Collateral”, ed è anche il responsabile della rivisitazione/profanazione di maggior successo quando ha traghettato “Miami Vice” sul grande schermo.
Vederlo alle prese con un film che ricorda più lo Scorsese di “the Aviator” e il “Catch me if you can” di Spielberg ne snatura la particolarità e la classe, e anche se il prodotto risulta comunque molto godibile, rimane quel retrogusto deludente di inconsistenza che un cineasta del suo calibro non merita.
Menzione d’onore la merita la scena finale, quando Depp/Dillinger vede se stesso al di là dello schermo e sorride compiaciuto riconoscendo l’ammirazione per sé e forse anche il proprio destino, mentre Mann si diverte a disegnare un cane che si morde la coda nel tòpos del cinema dentro il cinema.
One more thing…
Non ricordo chi l’avesse detto, ma mai come in questi frangenti ho trovato illuminante e pertinente la frase:
«La costituzione è quella cosa che ci si dà da sobri per tutelarsi quando si è ubriachi»
Il buio prima della siepe
Come giustamente ricorda il sempre godibilissimo Vittorio Zucconi nel suo blog, agli ammeregani cacio e pepe che citano il paese a stelle e strisce solo quando fa comodo a loro, e all’Utilizzatore Finale stesso, che definiva gli Stati Uniti come «un simbolo di libertà e democrazia cui ci si dovrebbe sempre e comunque ispirare», andrebbe ricordata la sentenza di una manciata di anni fa’ della Corte Suprema, che sancì senza troppi giri di parole che la Carta dei Diritti
«[…] provides no support for an immunity for unofficial conduct […]»
ovvero non offre immunità al Presidente per quello che concerne la propria condotta al di fuori della sua funzione ufficiale.
Quindi nemmeno un Presidente eletto —lui sì!— per voce diretta di trecentotrenta milioni di cittadini ha qualcosa di diverso di fronte alla legge rispetto all’ultimo barbone che dorme ubriaco tra i cartoni nella periferia della più malfamata delle città d’oltreoceano.
Quindici vecchie palandrane sul piede dell’ottantina hanno preso per i capelli l’ennesima legge vergognosa partorita sotto gli occhi vitrei di Napolitano e l’hanno rispedita al mittente. Non oso sperare che siano riusciti a dare anche uno schiaffo morale a quella famosa metà e oltre di Italiani che hanno votato e continuano a supportare il PdC, ma almeno hanno ricordato che in questo paese, tra le metastasi, le piaghe da decubito e le cancrene, c’è ancora un pezzettino di spina dorsale che pulsa di qualche nervo ancora combattivo.
Through the looking grass
Uno stato a maggioranza cattolica nelle mani di un leader populista e xenofobo che basa la propria linea politica e la propria leva sull’elettorato sulla demonizzazione della scialba e almeno altrettanto inetta fazione politica che ha rimpiazzato. Che millanta un consenso da plebiscito, negando fino l’evidenza delle proprie manovre amministrative e usando ogni mezzo a propria disposizione per imbavagliare stampa e televisione che non lo appoggiano continuando a denunciare i soprusi dei suoi funzionari e la corruzione dei suoi gerarchi.
In merito alla faccenda “il Giornale” parla di «dittatura», «colpo di stato» e opinione internazionale che «non dovrebbe starsene lì a guardare con le mani in mano».
Facile sorprendersi; si sta parlando dell’Honduras.



Last sketches