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“Inglourious Basterds”

20 November 2009 Ry Cooder Leave a comment

inglourious-basterds-poster1«We’re giving you something you can’t take off…»

— lt. Aldo Raine

 

[****½]

“Inglourious Basterds” mette Brian Synger a tappeto alla prima ripresa.

Se il cinema di Tarantino è riuscito a diventare caratteristico, lo deve al suo approccio esteta senza contaminazioni e nel suo significato più etimologico, ossia veicolato esclusivamente attraverso i sensi e facendo coincidere significante e significato. I suoi personaggi, i suoi dialoghi, le sue situazioni, le sue citazioni, le sue tecniche narrative stesse sono apprezzabili proprio perché irreali, e di questa lontananza dal vero si gode e basta, senza preoccupazione e accontentandosi della definizione di «fumetto». Se non ci fosse la distanza enorme che Tarantino mette tra la poltrona dello spettatore e il telo di proiezione, se lo spettatore anziché rimanere innamorato di quelle icone plastiche che sono i suoi personaggi si immedesimasse in loro mostrando simpatia —ovvero vicinanza dei sentimenti— si accorcerebbe d’improvviso questo spazio vitale e si romperebbe il delicato incantesimo.

“Inglourious Basterds” muove in direzione ostinata e contraria rispetto al cinema ‘d’autore’ americano, e fregiandosi la casacca con il colossale fallimento del suo predecessore “Deathproof”, fa di sé quanto di più distante si possa concepire dal verismo, rimarcando quasi ostinatamente i dieci comandamenti del cinema di Tarantino. Nel suo runtime “Inglourious Basterds” è una carrellata di esperienze cinematografiche del regista, come la vita che si dice scorra davanti agli occhi prima di morire, da Sergio Leone ai kung-fu movies d’estremo oriente, passando per il cinema del Belpaese anni ‘70 e strizzando l’occhio al cinéma post bellico d’oltralpe.
Come una slavina che travolge tutto ciò che attraversa facendolo parte di sé, Tarantino arriva a valle con un film che spazia dallo Spaghetti Western del monologo d’apertura, passando per le inquadrature goderecce grondanti violenza dell’esecuzione del colonnello nazista, via via verso l’organizzazione dell’attentato e il finale in un crescendo rossiniano. Fare un elenco di tutte le citazioni, i luoghi letterari, le scatole cinesi, i piccoli feticci i grandi omaggi —perfino autocitandosi!— con cui costella la sua sceneggiatura sarebbe pura scolastica. La metrica di Tarantino scandisce ogni singola scena rendendola bella anche per il solo fatto di essere un tassello in una galleria («Ars gratia artis»), senza il più pallido intermezzo morale, senza lo zampino del biasimo e disegnando un mondo popolato da Supermen costretti a vestirsi da Clark Kent [cfr. “Kill Bill”]. In un delirio di erotismo fetish per la pop art e il suo simbolismo autoreferenziale, è il percorso stilistico di una vita racchiuso in due ore e venti.

Felicemente immorale, scanzonato e dichiaratamente inconcludente, questo film è per Tarantino come l’ultima svastica scolpita nell’ultima scena di tutto il film è per Brad Pitt; parole sue, e io concordo in pieno. Forse ne avrà fatti di «più leggendari», forse sono altri ad essermi piaciuti di più e forse non è questo quello a cui dovrà il suo maggior riscontro di pubblico e critica, ma questo è quello in cui riesce a strillare a due polmoni il suo cinema.

Categories: 35mm, Recensioni

“Public Enemies”

27 October 2009 Ry Cooder Leave a comment

Locandina “Public Enemies”«They ain’t tough enough, smart enough or fast enough.
I can hit any bank I want, any time.
They got to be at every bank, all the time»

«I was raised on a farm in Moooresville, Indiana.
My mama ran out on us when I was three,
my daddy beat the hell out of me
’cause he didn’t know no better way to raise me.
I like baseball, movies, good clothes, fast cars, whiskey, and you…
what else you need to know?»

John Dillinger

[***½]

Il John Dillinger di Johhny Depp è John Dillinger. E se Michael Mann è sempre stato, per definizione, il regista che riesce a tradurre sulla pellicola contemporaneamente il personaggio, l’azione e il cinema che c’è in una sceneggiatura, allo stesso modo —in questo film— Johhny Depp è l’interprete che riesce perfettamente a recitare un Dillinger romantico —in senso etimologico— sicuro di sé ai limiti della hybris e perfettamennte anti-eroico.

Se c’è qualcosa che si può rimproverare a Mann, è di aver rivisitato un territorio che aveva già sviscerato con “Heat” riproponendo, più per senso del dovere  morale che per una reale maturazione, il nodo a scorsoio dello scontro tra l’uomo di legge e l’uomo senza legge. E lo si vede nella scena della conferenza stampa fuori dall’edificio federale, quando l’ambizioso J. Edgar Hoover davanti ai microfoni della stampa esordisce col fare del giusto: «dichiaro che oggi gli Stati Uniti d’America inizieranno la loro prima guerra contro il crimine». Se si potessero sintetizzare i sentimenti del regista in due sole scene, queste sarebbero proprio quella di Hoover e l’interrogatorio di Billie; forse gli unici due momenti in cui Mann sgrana il punto focale della sua presa sulla macchina da cinema e infila tra le pagine in bianco e nero un foglio colorato che porta inevitabilmente il suo nome ma che stona non avendoci mai abituato a un peso così grande dei suoi sentimenti sulla sceneggiatura e quindi sulla ripresa.

Michael Mann è il regista che per la monumentale scena della rapina in banca con sparatoria annessa di “Heat” ha ingaggiato nientepopòdimeno che sua signoria Edward Bunker in persona, ché gli facesse da ‘consulente’ per creare la rapina più spettacolare dalla nascita del cinema ai giorni nostri, è l’autore di dialoghi e scene d’azione miste a musica e sentimenti come fossero le stesse manifestazioni dello stesso spirito nel memorabile “Collateral”, ed è anche il responsabile della rivisitazione/profanazione di maggior successo quando ha traghettato “Miami Vice” sul grande schermo.
Vederlo alle prese con un film che ricorda più lo Scorsese di “the Aviator” e il “Catch me if you can” di Spielberg ne snatura la particolarità e la classe, e anche se il prodotto risulta comunque molto godibile, rimane quel retrogusto deludente di inconsistenza che un cineasta del suo calibro non merita.
Menzione d’onore la merita la scena finale, quando Depp/Dillinger vede se stesso al di là dello schermo e sorride compiaciuto riconoscendo l’ammirazione per sé e forse anche il proprio destino, mentre Mann si diverte a disegnare un cane che si morde la coda nel tòpos del cinema dentro il cinema.

Categories: 35mm, Recensioni

One more thing…

8 October 2009 Ry Cooder Leave a comment

Non ricordo chi l’avesse detto, ma mai come in questi frangenti ho trovato illuminante e pertinente la frase:

«La costituzione è quella cosa che ci si dà da sobri per tutelarsi quando si è ubriachi»

Categories: Diario, Ipse dixit

Il buio prima della siepe

7 October 2009 Ry Cooder 3 comments

Come giustamente ricorda il sempre godibilissimo Vittorio Zucconi nel suo blog, agli ammeregani cacio e pepe che citano il paese a stelle e strisce solo quando fa comodo a loro, e all’Utilizzatore Finale stesso, che definiva gli Stati Uniti come «un simbolo di libertà e democrazia cui ci si dovrebbe sempre e comunque ispirare», andrebbe ricordata la sentenza di una manciata di anni fa’ della Corte Suprema, che sancì senza troppi giri di parole che la Carta dei Diritti

«[…] provides no support for an immunity for unofficial conduct […]»

ovvero non offre immunità al Presidente per quello che concerne la propria condotta al di fuori della sua funzione ufficiale.
Quindi nemmeno un Presidente eletto —lui sì!— per voce diretta di trecentotrenta milioni di cittadini ha qualcosa di diverso di fronte alla legge rispetto all’ultimo barbone che dorme ubriaco tra i cartoni nella periferia della più malfamata delle città d’oltreoceano.

Quindici vecchie palandrane sul piede dell’ottantina hanno preso per i capelli l’ennesima legge vergognosa partorita sotto gli occhi vitrei di Napolitano e l’hanno rispedita al mittente. Non oso sperare che siano riusciti a dare anche uno schiaffo morale a quella famosa metà e oltre di Italiani che hanno votato e continuano a supportare il PdC, ma almeno hanno ricordato che in questo paese, tra le metastasi, le piaghe da decubito e le cancrene, c’è ancora un pezzettino di spina dorsale che pulsa di qualche nervo ancora combattivo.

Through the looking grass

28 September 2009 Ry Cooder 3 comments

Uno stato a maggioranza cattolica nelle mani di un leader populista e xenofobo che basa la propria linea politica e la propria leva sull’elettorato sulla demonizzazione della scialba e almeno altrettanto inetta fazione politica che ha rimpiazzato. Che millanta un consenso da plebiscito, negando fino l’evidenza delle proprie manovre amministrative e usando ogni mezzo a propria disposizione per imbavagliare stampa e televisione che non lo appoggiano continuando a denunciare i soprusi dei suoi funzionari e la corruzione dei suoi gerarchi.

In merito alla faccenda “il Giornale” parla di «dittatura», «colpo di stato» e opinione internazionale che «non dovrebbe starsene lì a guardare con le mani in mano».

Facile sorprendersi; si sta parlando dell’Honduras.

Categories: Politica, Think about it

Where the eagles dare…

14 September 2009 Ry Cooder 1 comment

«Lasciateci lavorare il nostro è un governo artigiano»
Silvio Berlusconi

Sometimes he comes back

9 September 2009 Ry Cooder 2 comments

Napolitano come carica istituzionale e massimo garante per la Repubblica Italiana è il coronamento di una metafora agghiacciante. Di tanto in tanto sembra sia colto da un sussulto che gli manda in fibrillazione ritmo cardiaco, ossigenazione ed elettroencefalogramma, e lo si vede parlare di «violenza raccapricciante nei confronti delle donne», di «princìpi insindacabili della democrazia» e di «libertà che non possono essere calpestate» come se fosse un allarme dell’ultim’ora, come se gli fossero arrivate improvvisamente agli occhi le soperchierie di cui l’Italia è palcoscenico da settimane, mesi e anni.
Sembra una favola orwelliana: il padrone dorme, e quando non dorme non sente, non vede e non parla; gli animali si dividono tra uguali e più uguali degli altri, lo sbigottimento riesce a renderlo su carta solo chi nella fattoria non c’è, e da un momento all’altro si spera di svegliarsi di soprassalto e scoprire di essersi addormentati leggendo.

Categories: Politica, Think about it

“Apocalypse Now”

9 September 2009 Ry Cooder Leave a comment

imm«I worry that my son might not understand
what I’ve tried to be. And if I were to be killed, Willard,
I would want someone to go to my home
and tell my son everything. Everything I did,
everything you saw, because there’s nothing
that I detest more than the stench of lies»

Colonel Walter E. Kurtz

[*****]

Il film è tutto lì: nei dialoghi —anzi nei monologhi— dissacranti tra Kurtz e Willard alla fine del fiume.

Passano quasi due ore mentre Coppola descrive una discesa per il fiume dantesca, con un protagonista/antagonista scortato da un Caronte un po’ improprio. E in queste due ore il regista sembra tirare disperatamente una coperta per cercare di quadrare il cerchio su una definizione di «guerra» che faccia pian piano il punto sulla sua concezione, ma che ritratta di continuo fino al finale, in alcuni punti quasi fosse una dimostrazione per assurdo. E sembra quasi divertirsi da entomologo passando la telecamera intorno al suo soggetto cercando di scorgerne nature diverse da prospettive diverse provandone un senso di disperazione divertito e isterico.
In apertura il film è struggente dramma umano; la guerra è Willard gettato e abbandonato a sentire il fetore della carcassa della sua anima, torturato su un letto che non gli darà mai riposo dai suoi tormenti e spinto a cercare la liberazione sul fondo di una bottiglia di whiskey.
Poi la guerra è strategia militare, quando i mammasantissima dell’esercito americano convocano Willard a una improvvisata riunione in un miserando quartier generale dei servizi segreti di guerra.
Poi la guerra scivola via via verso il grottesco, il gotico e lo humor nero; ed è Kilgore. Il Robert Duvall che sfrega la capocchia di fiammifero del sarcasmo sulla carta vetrata del cinismo più feroce, spessa e corrosiva come solo in un film di guerra si può vedere. E disseminando il suo percorso di frasi da antologia («Charlie don’t surf!») staglia all’orizzonte una figura da macchietta che strappa violentemente col tono irrequieto e depresso, sentenziando tronfio di sé quell’«adoro l’odore del Napalm di mattina… ha il profumo della vittoria!»
Poi la rassegnazione. La tigre nella giungla, la chiatta di agricoltori sventrata da una raffica partita per errore, lo spettacolo denigrante delle pin-up date in pasto a un’arena di legionari affamati e l’avamposto abbozzato a mo’ di Grand Guignol disperso ai confini della terra di Kurtz. Una carrellata di episodi danteschi che abbozzano di fronte a uno spettacolo che prescinde dalla volontà umana e che si limita a constatarne la natura.

Poi infine arriva la chiarezza.
E Coppola ti ci accompagna per mano, una stanza dopo l’altra quasi volesse farti ragionare anche per esclusione.

Il film è tutto lì, in quella magistrale fotografia di Vittorio Stotaro che passa uno a uno i filtri di colore sull’obbiettivo. Blu, durante una notte buia, spenta e senza calore; poi giallo come l’acido che corrode il panorama e le speranze dello spettatore, e rosso come uno spoiler che cattura l’attenzione in dirittura d’arrivo.

In un un arco che prima cresce e poi torna a scemare velocemente verso lo schianto, Coppola si diverte a cambiare le distanze tra lo spettatore e il tessuto su cui si proietta la pellicola, provando a estraniarlo, a colpirlo duramente, soffocarlo di violenza, a lasciarlo basito, a fargli provare il distacco cinico e persino a farlo ridacchiare divertito.
“Apocalypse Now” è il mito della caverna di Platone alla rovescia: l’uomo fuori dal Vietnam vive dentro la grotta, e l’uomo dentro il Vietnam è quello che dall’esterno della grotta proietta le ombre che danno all’uomo incatenato l’illusione della realtà.

Dice bene, anzi benissimo Giovanni Grazzini: «[…]“Apocalypse Now” adombra episodi realmente accaduti in Vietnam, ma non è un film che storicizzi quella guerra». “Apocalypse Now” è un film di guerra solo nella misura in cui è l’Uomo, non degli uomini che fanno la guerra. Di più: “Apocalypse Now”, al netto di ogni considerazione accessoria su ognuno dei tre finali che ha girato e che ha proposto con continua esitazione Coppola, è un film in cui l’Uomo è indiscutibilmente il vero orrore. Non l’uomo american/imperialista, come vogliono le mai troppo moribonde fiammate di pacifismo hippie, non l’uomo occidentale, non l’uomo industrializzato e nemmeno l’uomo senza sentimenti.
L’‘uomo e basta’ strappa le sue due ore di assoluta franchezza con se stesso e con la propria immagine riflessa allo specchio in questo film che stride con tutto quello che era la cultura, la pop-art e la concezione cinematografica negli anni ‘60, ‘70 e ‘80. Se in qualcosa è stato realmente magistrale Coppola con questo film, non è né la comunque ottima prova registica in sé per sé né l’aver collezionato una squadra di assoluti fuoriclasse, ma quello di aver saputo suonare una nota stonata da tutta la sinfonia in cui la si è incastonata, eppure così febbrilmente genuina e sincera al punto di riuscire a non essere inappropriata e neppure diversa per maniera.

Nietzsche diceva che l’uomo è un cavo teso tra il Superuomo e la Bestia. Il Kurtz di Coppola semplicemente stringe fino a far collimare i due cigli del crepaccio e regala un tratteggio dell’umano che è talmente reale da sembrare inverosimile agli occhi di uno spettatore che ha un disperato bisogno di credere che nella nefandezza, nel perdersi e nell’ «orrore» di cui parla Kurtz nei suoi nastri non c’è niente di umano.

Categories: 35mm, Recensioni

Dawn till dusk

16 July 2009 Ry Cooder 6 comments

Negli Stati Uniti esiste un programma governativo gestito dal Bureau of Consular Affairs che si chiama Diversity Visa: gestisce e incentiva da diverse decadi l’immigrazione di cittadini provenienti da ogni stato e zona del mondo per conceder loro la residenza a tempo indeterminato su suolo americano. Non costa nulla, e ogni anno sorteggia i nulla osta all’immigrazione di circa cinquantamila uomini e donne che non hanno quasi nulla in comune, e che vengono fatti entrare intenzionalmente per diluirsi con l’indefinibile casseöla di uomini e donne di tutti i colori che oggi sono i cittadini USA. Si calcola che più di trentasette milioni di cittadini americani siano nati all’estero, cioé più del dieci percento della popolazione totale.
Non c’è né buonismo né buon cuore cristiano in questa politica, soprattutto se si considera che lo stesso paese è estremamente duro e intollerante nei confronti dell’immigrazione non autorizzata come ad esempio quella proveniente dal Messico. Si tratta semplicemente di consapevolezza: consapevolezza di una legge di natura chiamata «lussureggiamento degli ibridi» che incentiva la commistione delle specie e la generazione di individui più diversi possibile. Questa legge, universalmente osservata e accettata in biologia, si manifesta anche in campo sociale da secoli, lasciando in condizione di palese inferiorità culturale e sociale i paesi a regime di prevalenza razziale e culturale rispetto a quelli senza una matrice etnica predominante.

Tralasciando le considerazioni più schiettamente politiche, la proposta dell’Assessore all’Immigrazione di Rovigo Giovanna Pineda è la dimostrazione non solo che in Italia il malcostume intellettuale non è rappresentato dall’attuale maggioranza di governo, né più in generale da una fazione politica rispetto a un’altra, ma da un atteggiamento provinciale e pecoreccio assolutamente trasversale e fortemente radicato in ogni estrazione sociale e connotazione politica.
È sconcertante la banalità con cui il centrosinistra s’è opposto al ‘decreto sicurezza’ voluto, approvato ed applaudito a larghi palmi dal centrodestra settimana scorsa. Sconcertante perché è stata contestata la forma delle nuove norme e non il principio che le muoveva, perché è stata fatta questione di buonismo e di benevolenza da cattolici della domenica per questioni che invece riguardano molto da vicino la salute sociale ed economica di un paese culturalmente allo sbando.

Mai come in questi mesi sono convinto che l’Italia non stia attraversando una zona d’ombra dovuta a un’eclissi totale di raziocinio, senso civico e del sociale che è destinata a finire in una nuova primavera. Ancora nel massimo rispetto delle leggi naturali, sono invece convinto che questo paese abbia incontrato —come tutti i grandi paesi e le grande culture del passato— il suo inevitabile crepuscolo, e che questa non sia altro che la sua demenza senile.
Per questo vecchio butterato di ragioni impossibili accaparrate battendo i pugni sul tavolo, di litigiosità da ubriacone che vomita insolenze con la bava alla bocca, di vecchi adagi da Ventennio impugnati come fossero verità assolute che non arrugginiscono mai, non sento oramai nessuna vicinanza, non provo nemmeno il benché minimo affetto e ritengo solo di dovere e voler mettere al più presto la maggiore distanza possibile tra me e lui.

Categories: Politica, Think about it

More than words

16 July 2009 Ry Cooder 2 comments

Dice D’Alema che Grillo non può iscriversi al Pd: non ha mai definito “golpisti” i pm di Mani Pulite, mai fatto bicamerali per demolire la Costituzione, mai rovesciato il governo Prodi, mai legittimato il conflitto d’interessi, mai definito Mediaset “un grande patrimonio del Paese”, mai scalato la Bnl, mai detto a Consorte “facci sognare”, mai preso tangenti da un uomo legato alla Sacra corona unita, mai definito “capitani coraggiosi” ColaninnoGnutti, mai stato amico di Geronzi eTronchetti Provera, mai bombardato l’ex Jugoslavia violando il diritto internazionale e poi negando di averla bombardata, mai invitato Gheddafi alla fondazione Italianieuropei.

Dice Veltroni che Grillo non può iscriversi al Pd: non ha mai minato il governo Prodi, non ha mai auspicato di avere Gianni Letta nel suo governo, non è amico dei palazzinari, non ha mai fatto accordi con Berlusconi, non l’ha mai chiamato “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”, promesso di “non attaccarlo mai più”, non ha mai riabilitato Craxi definendolo “grande innovatore” (anzi, pare addirittura che il comico genovese, a Craxi, preferisca Berlinguer).

Dice Anna Finocchiaro che Grillo non può entrare nel Pd: non ha mai attaccato il pool di Milano, non ha mai elogiato “il comportamento esemplare di Andreotti”, non ha mai invocato il Ponte sullo Stretto di Messina, non ha perso tutte le elezioni della sua vita, non ha mai baciato Schifani e non s’è fatto scrivere il programma daSalvo Andò.

Dice Bersani che Grillo non può entrare nel Pd: mica era amico di Tanzi, mica trafficava col governatore Fazio per sponsorizzare la fusione Bnl-Montepaschi, mica ha elogiato Fiorani (“banchiere molto dinamico, capace, attivo”), mica ha ingaggiato il figlio di Mastella come consulente al ministero delle Attività produttive, mica va a farsi osannare ogni anno al Meeting della Compagnia delle Opere a Rimini.

Dice Franceschini che Grillo non può entrare nel Pd: mica ha commentato lo scandalo Noemi e le accuse di Veronica “tra moglie e marito non mettere il dito” e mica si allea con MariniRutelliFioroniCarraBinetti.

Dice Follini che Grillo non può iscriversi al Pd: non ha mai militato nell’Udc diTotò Cuffaro, non ha votato tutte le leggi vergogna di Berlusconi (anzi, le ha persino combattute), non è mai stato vicepresidente del Consiglio in un governo Berlusconi.

Dice Mirello Crisafulli che Grillo non può iscriversi al Pd: non ha mai abbracciato né baciato il boss mafioso di Enna, Giuseppe Bevilacqua, in un hotel di Pergusa e non ha mai parlato di affari e appalti dandogli affettuosamente del tu.

Dice Nick Latorre che Grillo non può entrare nel Pd: non ha mai chiesto a Dell’Utri i voti per D’Alema al Quirinale (“Con il senatore Dell’Utri esiste un rapporto di grande cordialità e di stima reciproca. La mia impressione su di lui è estremamente positiva: penso sia una persona pacata, sensibile e di spessore”), mai trafficato né con Consorte né con Ricucci, non è mai stato loro complice in scalate finanziarie illegali, e non ha mai neppure passato pizzini all’onorevole Bocchino nei dibattiti televisivi.

Dice Fassino che Grillo non può entrare nel Pd: diversamente da Primo Greganti, regolarmente iscritto, il comico genovese non incassava tangenti per conto del Pci-Pds nella stessa città di Fassino; inoltre, Grillo non ha mai domandato a Consorte “allora siamo padroni di una banca?” né portato la sua signora in Parlamento per cinque legislature, e nemmeno per qualche minuto in visita guidata.

Dice Enrico Letta che Grillo non può entrare nel Pd: molto meglio “Tremonti, Letta (Gianni), Casini e Vietti”, che lui vorrebbe “nel mio futuro governo”.

Dice Rutelli che Grillo non può entrare nel Pd: non è mai stato condannato dalla Corte dei conti a risarcire 25 mila euro al Comune di Roma per le spese folli in consulenti inutili; e non ha mai perso nemmeno un’elezione, mentre lui nell’ultimo decennio le ha perse tutte, dalle politiche del 2001 alle comunali di Roma nel 2008.

Dice Sergio D’Antoni che Grillo non può iscriversi al Pd: non ha mai fatto partiti con Andreotti.

Dice la Binetti che Grillo non può entrare nel Pd: non è mica dell’Opus Dei.

Dice Enzo Carra che Grillo non può entrare nel Pd: non è mica un pregiudicato per falsa testimonianza.

Dice Pierluigi Castagnetti che Grillo non può entrare nel Pd: mica ha una prescrizione per finanziamento illecito.

Dice Bassolino che Grillo non può entrare nel Pd: non è mica imputato per truffa pluriaggravata alla regione di cui egli stesso è governatore.

Grillo si rassegni. Oppure vada a molestare una ragazza: se tutto va bene, gli fanno il Tso, gli danno la tessera del Pd e lo promuovono presidente di sezione.

Marco Travaglio sul blog di Antefatto

Categories: Ipse dixit, Politica