40 acres and a mule

«El blues es poesìa, amor, dolor, flamenco» — Eric Burdon

Category: Diario

Saturday, bloody saturday

J. ha vissuto a Tel Aviv fino ai diciott’anni circa. Proprio giovedì scorso a cena raccontava che quando scoppiava una bomba di fronte a un locale o a un ristorante —il venerdì o il sabato sera, per fare più morti possibile— poi la settimana successiva per scaramanzia o per falsa credenza tutti quanti si radunavano in quel locale, o se non si poteva in quelle vicinanze, perché «un fulmine non cade mai due volte nello stesso punto».
Ed era bello —diceva— vedere tanta vita dove c’era stata tanta sofferenza.

Speghetti al sugo di pesce spada

Tra le altre, una cosa sono sicuro che mi mancherà molto di qui: il pesce fresco a prezzo ragionevole.

Prendete un trancio di spada non troppo grosso e tagliatelo a striscioline molto sottili. Quando l’acqua bolle e state per gettare la pasta, tagliate a quarti dei pomodori ciliegini. Fate saltare con olio aglio e peperoncino tritato i pomodorini con i filetti di spada, poi fate sfumare un mezzo bicchiere di Vermentino di Gallura. A metà cottura aggiungete sale e olive nere tagliate molto sottili.
Tirate la pasta molto al dente e fatela ‘risottare’ nel sugo a fuoco vivace. A freddo aggiungete prezzemolo tritato e origano.

Settimana prossima si passa al secondo, spada in umido al forno e roast-beef di tonno al sesamo: you should hammer your iron when it’s glowing hot

One more thing…

Non ricordo chi l’avesse detto, ma mai come in questi frangenti ho trovato illuminante e pertinente la frase:

«La costituzione è quella cosa che ci si dà da sobri per tutelarsi quando si è ubriachi»

Il buio prima della siepe

Come giustamente ricorda il sempre godibilissimo Vittorio Zucconi nel suo blog, agli ammeregani cacio e pepe che citano il paese a stelle e strisce solo quando fa comodo a loro, e all’Utilizzatore Finale stesso, che definiva gli Stati Uniti come «un simbolo di libertà e democrazia cui ci si dovrebbe sempre e comunque ispirare», andrebbe ricordata la sentenza di una manciata di anni fa’ della Corte Suprema, che sancì senza troppi giri di parole che la Carta dei Diritti

«[…] provides no support for an immunity for unofficial conduct […]»

ovvero non offre immunità al Presidente per quello che concerne la propria condotta al di fuori della sua funzione ufficiale.
Quindi nemmeno un Presidente eletto —lui sì!— per voce diretta di trecentotrenta milioni di cittadini ha qualcosa di diverso di fronte alla legge rispetto all’ultimo barbone che dorme ubriaco tra i cartoni nella periferia della più malfamata delle città d’oltreoceano.

Quindici vecchie palandrane sul piede dell’ottantina hanno preso per i capelli l’ennesima legge vergognosa partorita sotto gli occhi vitrei di Napolitano e l’hanno rispedita al mittente. Non oso sperare che siano riusciti a dare anche uno schiaffo morale a quella famosa metà e oltre di Italiani che hanno votato e continuano a supportare il PdC, ma almeno hanno ricordato che in questo paese, tra le metastasi, le piaghe da decubito e le cancrene, c’è ancora un pezzettino di spina dorsale che pulsa di qualche nervo ancora combattivo.

When the levees break

ap_15485773_15440jpgSe c’è un’arte in cui i mastri sfornatori panicottari —che son sempre nel giusto e che non accettano mai alcun contradditorio— sono imbattibili, è quella di riuscire sempre a stupire in peggio e di saper sempre trovare la bestialità tale da far impallidire anche l’evento funesto che monopolizza l’attenzione.
«È ora di mettere da parte le diatribe, le critiche e le accuse».

Insomma nemmeno quando le peggiori conseguenze dei nostri errori sono sotto gli occhi di tutti la ragione può batter cassa: nemmeno quando i sismologi gli apprendisti sismologi in erba lanciano l’allarme e vengono dati per mitomani e querelati, quando gli edifici di soccorso necessitano loro stessi di aiuto per non trascinarsi appresso altri morti. Insomma nemmeno quando è chiaro oltre a ogni possibile scetticismo che c’è qualcuno che ha sbagliato e che questo errore l’hanno pagato in tanti con la vita, anche allora dobbiamo tacere, ché si manca di rispetto al lutto di chi ha perso parenti, casa e averi.

Quando Katrina ha fatto scempio di New Orleans mettendo su palcoscenico la triste Caporetto dell’amministrazione interna Bush, quando è stato chiaro che chi si doveva occupare della sicurezza di una zona densamente popolata, in un’area facile alla furia degli uragani come quella, non aveva assolto il suo compito, nessuno tra i media, gli amministratori o i cittadini americani ha parlato di «inopportunità» nella ricerca delle responsabilità e nelle accuse di inefficienza a chi si doveva occupare della sicurezza civile.
Non era accanimento, ricerca di un capro espiatorio o vendetta: era banalmente un’equazione di bilancio nel calcolo delle responsabilità di uomini deputati a prendere delle decisioni e ad applicare la loro pluri-dollarata professionalità.

Storie della storia d’Italia

Ed arrivarono le elezioni, naturalmente anticipate: Daniele, che sentiva molto quel suo diritto/dovere di cittadino, partecipò come sempre nell’incertezza, nell’indecisione e nella paura di sbagliare un’altra volta. Si mise allora a leggere di tutto: dall’estrema destra all’estrema sinistra. [...] Poi si dette malato, e si chiuse in casa nella stanza della televisione… [qui]

Sagedrops

«Quando qualcuno mi dice che stiamo andando verso il fascismo, vorrei quasi rispondere: “magari!” Il fascismo è brutto, ma passa. Invece andiamo incontro a forme di vita clericale, anzi ci siamo dentro, perché non abbiam saputo amministrare il nostro libero esame. Abbiamo liquidato la coscienza, dandola in appalto al prete. Ecco dove nasce il più macroscopico difetto degli italiani: la mancanza di una coscienza morale. Non siamo religiosi: siamo cattolici per comodità, abitudine, tradizione, non per coscienza. Il problema di Dio gli italiani non se lo pongono. Perciò non siamo mai stati una Nazione: l’unico Stato che conosciamo è quello Pontificio»

Indro Montanelli

Alla faccia di chi ce vo’ male…

100_0108(Paella de Marisco, 21/01/2009)

You ain’t nothing but a hound dog

picture-12Quando nacqui, i miei genitori avevano un meraviglioso setter irlandese di nome Giulì; è il bellissimo segugio color cannella della foto a fianco. Non ho suoi ricordi perché morì quando ancora ero piccolo, ma un giorno chiesi a mio padre se in famiglia c’era stato un altro cane prima di Giulì.
Mi sorprese la sua risposta; lui non è affatto tipo da concedersi tanto facilmente all’affetto di un animale. Mi disse che ne aveva un altro, e che era anche quello un cane bellissimo. Non mi ricordo né come si chiamava né di tutto quello che mi disse prima, perché a un bel momento mi raccontò che il cane era affetto da una brutta malattia che lo rendeva storpio e che lo fece soffrire fino alla fine dei suoi giorni.
Mi ricordo molto nitidamente di quando mio padre mi raccontò di quell’episodio, avevo dieci anni, e mi stava portando a casa da scuola; abitavamo in via Cenisio, e in quel momento stavamo passando di fronte al gigantesco concessionario che faceva angolo con piazza Caneva, poco prima di imboccare il portone di casa. Mi raccontò che forse si trattava di un tumore all’intestino che aveva seminato metastasi ovunque; la povera bestia non riusciva più a camminare e lasciava andare di tanto in tanto solo qualche sommesso guaito che non poteva non tradire il suo dolore immenso. Negli ultimi giorni pare non si alzasse più nemmeno per mangiare o bere, e a stento riconosceva i suoi padroni.
E così mi disse che lo fece sopprimere. Lo portò da un veterinario che lo uccise con una piccola iniezione che lo lasciò addormentato per sempre.
Di primo acchito rimasi sconcertato. Come si poteva uccidere un essere al quale si voleva così bene, anche se si tratta di un animale? E mio padre mi spiegò che non c’era più nulla da fare, e che tutto il bene che poteva volergli, tutto l’affetto che aveva nutrito per lui da quando l’aveva portato a casa, allevandolo e giocandoci per anni, l’aveva manifestato liberandolo dal suo dolore, vincendo il proprio egoismo che voleva ostinatamente tenerlo con sé anche in quelle condizioni miserabili, e vincendo anche la vigliaccheria di non volersi assumere la responsabilità di un gesto così grande. Mi disse che fu una scelta difficile, ma che umanamente e razionalmente avrebbe fatto la stessa identica cosa anche per un essere umano, soprattutto se fosse stato un suo caro.

Credo che l’accanimento feroce con cui ognuno, in questo paese, si sta ostinando a dire la sua sul caso di Eluana Englaro abbia portato la faccenda verso una china orrenda. Non riesco nemmeno alla lontana a immaginare il dolore dei familiari di questa ragazza, ma nutro un disprezzo profondo per la stampa e per un esecutivo di governo che non riescono ad accettare la riservatezza e la delicatezza che spettano a delle scelte così difficili ma nonostante tutto obbligate come quelle di chi deve occuparsi degli ultimi giorni di questo corpo senza più un’anima.
Mi auguro solo che un giorno questo paese possa sperimentare l’ebbrezza e la sobrietà di un’educazione civica e di una civiltà veramente degne di questo nome.

Take me home

Questa sera Deezer passa british blues…

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