“No country for old men”

[Locandina “No Country for Old Men”<p>] [*****]

Avevo deciso di scrivere queste righe di getto, appena finiti i titoli di coda. Poi però ho sentito la necessità di rivedere prima il film. Daccapo, come se non lo avessi potuto capire tutto quanto alla prima visione. L’ho rivisto a meno di ventiquattr’ore di distanza e ancora mi sembrava mi mancassero diversi tasselli.
Ex abrupto, “No Country for Old Men” è una pellicola che sfida e infrange con nonchalance tutte quante le regole del ‘buon cinema’ di Hollywood, e lo fa rimanendo un film stupendo, le cui caratteristiche faranno eco per gli anni a venire in tutto un filone di registi americani.
Potrei chiuderla qui, lasciando la mia piccola banconota da 20$ sotto il sasso e aspettando di riscuotere tra dieci anni. Ma non sarebbe abbastanza.
“No Country for Old Men” è semplicemente lo stato dell’arte di un filone narrativo hollywoodiano che ha fatto a pugni per venire alla luce e che deve la sua buona genesi ad artisti come l’ultimo Clint Eastwood, Tommy Lee Jones (ma guarda un po’…) o appunto i Coen bros.
La storia è quella di una tragica reazione a catena innescata da un ignaro everyman che capita nel posto sbagliato al momento sbagliato. Llewelyn Moss (interpretato da Josh Brolin) abita la desolata e arida pianura del Texas di confine, sotto la giurisdizione di un abraso sceriffo di contea (superbo Tommy Lee Jones) e solcato dai passi di un killer psicopatico (un Javier Bardem in lizza per l’Oscar). È un dramma in cui si intrecciano tre protagonisti diversissimi che si inseguono l’un l’altro da pochi minuti dopo l’inizio del film fino all’ultimissima scena. Il tutto in un paese devastato da uomini che «se uno li ammazzasse tutti, toccherebbe costruire una dépendance dell’Inferno».
È una pellicola clockworky, questa, e senza velleità di effrazione; puramente impressionante pur senza una scheggia di superbia. Banalmente è uscita così: nasce bella e lo rimane ogni singolo fotogramma, senza sprecarsi in forsennati esercizi di cinema, riprese da mal di testa o effetti speciali da botteghino. Si fa beffa delle produzioni dando alle fiamme metodicamente ogni cliché ed esigenza di produzione: prende il la da un ‘topos’ blasonatissimo nel cinema americano (il carico di droga, i due milioni di dollari in valigetta e la strage al punto d’incontro), per poi prenderne le distanze a passi veloci spostando l’attenzione accalappiata con l’inganno sulle prime scene verso un senso completamente diverso, anzi stravolto. Il tutto diluito lungo centoventi minuti che durante la visione sembrano un’ora e un quarto e dopo il film sembrano tre ore emmezza.
In un film dove ci si aspetta un fondo di umanità, una parvenza di ‘per bene’ o almeno un acciacco di speranza, per buono o cattivo che esso sia il sentimento ad essa sotteso, ci si ritrova a fare i conti con gli sgualciti fantasmi degli stessi, avvizziti e virato seppia a memoria del fatto che la deriva è dritta di prua.
È un film talmente secco e scalzo da non avere nemmeno una colonna sonora (a parte brevi stralci strumentali nei titoli di coda), come se anche il più piccolo suono estraneo potesse distogliere l’attenzione dalle immagini e dalle loro sensazioni. Scelta azzardata e poco ‘blockbuster-friendly’, ma a maggior ragione in linea con una scelta a basso profilo. Cento persone diverse potrebbero scrivere cento cose totalmente diverse di questo film senza avere il minimo punto in comune.
“No Country for Old Men” riesce a essere la trasposizione di un romanzo (l’omonimo di Cormac McCarthy) fedele all’originale quanto basta, eppure personalissima e filigranata Coen, a partire da quel grottesco humor nero che vena ogni loro produzione da anni a questa parte. Poteva essere una reinterpretazione come tante, che ha bisogno di mettere pezze, cambiare colori e stonare alcuni strumenti per adattarsi alla regia. Qui le cose non sembrano così: se non fosse troppo fantasioso e palesemente irreale si direbbe che questo libro è stato scritto per un cinema che doveva ancora venire, e che i fratelli Coen abbiano raccolto la sfida.“No Country for Old Men” è un susseguirsi impercettibile di temi sussurrati e lasciati intendere; mai esplicitati. Verista come una novella del Verga e senza uno straccio di kharma, privato di ogni purezza e lasciato a se stesso. Prodotto finito all’origine.
La sua violenza —che pure abbonda— assume una cifra stilistica iperbolica e dissacrante del tutto differente dall’estetismo dei pulp di Tarantino, dove lo stridere di un ‘anti-grottesco’ rimanda sempre all’effetto comico. Al contrario qui la perdita di sensibilità e di umanità ha una sottiliissima (e garbatissima) morale di fondo, ed è proprio questo che non lascia neanche un accenno di riso sulla bocca dello spettatore, ma una stretta asciutta alla bocca dello stomaco.
Di fronte a una realtà che è innegabile almeno tanto quanto è brutta, i Coen non possono far altro che trarre piacere dal raccontarla nel modo più poetico e anti-visionario possibile: aggrappandosi a quel poco di buono o bello che ancora possa rimanere: le immagini, i ricordi, e i pochi sopravvissuti.
Di tante incertezze che ha lasciato al sottoscritto questo film, una è invece la certezza sull’altro piatto della bilancia: si tratta di uno dei film più belli da una decina d’anni a questa parte; o come definisce in modo IMHO azzeccatissimo un anonimo internettaro: «Coens firing on all cylinders!».

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