Life explained

Vignetta manifesto

[fonte: Manifesto.it]
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A wonderful lie

«Mi sono battuto perchè Biagi restasse in tv, ma alla fine prevalse il suo desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto alto. […] Non ho mai detto che Biagi dovesse andare via. Ad alcuni imprenditori italiani dissi che non era giusto utilizzare la tv in modo criminoso. Caddi in un’ingenuità. […] Sono contro l’uso indebito della televisione, non è giusto che ci siano tramissione senza contraddittorio, non era mia intenzione mandare via Biagi o Santoro, ma penso che occorre usare la tv in modo corretto»
Silvio Berlusconi [fonte: Quotidiano Nazionale]

È iniziato il governo Berlusconi 2008.

“Into the wild”

«There is a pleasure in the pathless woods;
There is a rapture on the lonely shore;
There is a society, where none intrudes,
By the deep sea, and music in its roar;
I love not man the less, but Nature more»

— Lord Byron

[****1/2]

Onde evitare spiacevoli inconvenienti (se sento ancora qualcuno apostrofarmi su Skype con «ho visto il film che hai consigliato nel tuo blog: è lentissimo, una palla mostruosa!» sento che farò almeno un paio di morti!), lo dico subito, chiaro e tondo: “Into the Wild” è un film di quasi due ore emmezza. E sono due ore emmezza che per molti possono essere lente come il passo di un vecchio che va al patibolo.
Se vi scazzano i film descrittivi, se aborrite i drammi umani e se non ve ne frega assolutamente niente di fotografia, riprese e colori, allora rifuggite questo film come la peste.
Approposito: ci sono degli spoilers, qui di seguito, ma non credo siano rilevanti: se vi dico che Giovanna d’Arco alla fine finisce sul rogo non credo di rovinarvi la visione del film omonimo.

Lasciate stare il concept del romanzo d’avventura, perché qui ce n’è tanto quanto rhum in un babà.
“Into the Wild” è una tragedia.
Non in senso metaforico né iperbolico, ma nella sua più stretta e diretta accezione possibile.
Parte cronologicamente in una situazione di quiete e dall’elemento destabilizzante; elemento che, come una farfalla sperduta in luoghi di cui si trascura quasi l’esistenza, crea un effetto domino di meccanismi inconsci, trasformazioni d’ambiente e deus ex machina che si snodano per tutta la storia la pellicola portando il protagonista lungo un duro e sofferto processo di catarsi fino alla catastrofe.
Mancano all’appello giusto l’unità di tempo e di luogo; stravolti e strappati da un hic et nunc e trasformati in un apparente romanzo on the road.

Ammetto di essere stato profondamente pregiudiziale nei confronti di questo film: “Nelle terre selvagge” è il primo romanzo di Krakauer che abbia letto. Avevo sedici anni, e fu lui a far scattare la scintilla che mi fece innamorare prima del filone avventuroso e poi dell’alpinismo, disciplina sportiva cui sono tuttora molto legato.
Ma anche cercando di scrollarmi di dosso ogni residuo di sentimentalismo per il genere, l’autore o la storia, non posso negare che questo sia un film straordinario.
È caldo e sofferto fin dalla primissima scena, incastra lentamente una storia molto profonda e insospettabile, e lo fa con mettendo lo spettatore totalmente a fianco del protagonista. Umana come storia, talmente umana che al popolo viene gettata l’offa del ‘romanzo d’avventura’ quasi a far piazza pulita di chi non avesse orecchie per intendere il resto, offrendo uno spettacolo anche per loro.
Ma l’avventura è solo il pentagramma; il pentagramma e niente più.

La vera storia di Christopher Johnson McCandless comincia molto prima che il film prenda battute, ed è —come dicevo— una storia che non ha nulla a che fare con la strada, il viaggio e le terre selvagge.
L’involucro di film esteta, posato in una concezione autocompiaciuta delle proprie immagini e soddisfatto a sufficienza anche solo dalla propria forma è uno specchietto per le allodole, così come il film d’avventura. Il piano così decadente è la simbologia di una ricerca della soddisfazione in qualcosa che prescinda dall’animo umano, o meglio che proietti sull’ambiente quello che l’animo vorrebbe trovarvi invano.
E questa corsa al solipsismo è il meccanismo scatenante del tràgos di cui accennavo.
La perdita dell’Io imposto a Chris McCandless e la ricerca di una nuova identità nel nome fittizio di Alex Supertramp (nome che inizierà ad utilizzare appena lasciata la città natale) prendono progressivamente il sopravvento nei desideri del giovane laureato costringendolo a rifuggire una dopo l’altra tutte le tentazioni del contatto sociale prima e umano dopo, portandolo progressivamente ad abbandonare tutto ciò che possiede e che gli ricordi il suo passato civilizzato; prima gli oggetti e i feticci burocratici, e poi anche gli esseri umani.
Sean Penn traccia quattri capitoli che sono nascita, adolescenza, età della ragione e famiglia a battere il tempo di un percorso di rinascita (appunto) verso un nuovo status. Ma è solo una delle facce da cui si può guardare lo stesso cammino.
L’adorazione dionisiaca che porta il marchio della vecchia tragedia nella ragione di McCandless assume il tono della ricerca mistica di un supernaturale stretto e pulsante nella fibra del naturale. La religione (intesa come concezione del metafisico) diventa paganesimo stretto quando McCandless lascia la California e si addentra nei boschi innevati dell’Alaska, cercando un piacere, un calore e un affetto in un modo ‘contro-natura’ per la civiltà del ventesimo secolo.

«Rather than love, than money, than faith, than fame, than fairness… give me truth». Facendo il verso a questa citazione di Henry David Thoreau, parallelamente alla sua ricerca cosciente, e cioé quella di una nuova identità lontana da quella dei documenti, della carriera e del danaro, Alex Supertramp compie anche un’altro viaggio. Inconscio, questa volta, ed è quello della ricerca. La ricerca di un riscatto da un costrutto che l’ha tradito, ferendolo nei sentimenti umani e per gli umani, e che lo spinge a cercare rifugio dove si è invulnerabili a queste ferite.
La parvenza dell’amore per la natura è una coperta troppo piccola, e comunque la si tiri lascia sempre scoperta una persona che soffre il freddo delle relazioni umane. Questo, e non altro spinge davvero Chris e Alex a fare i conti con la scarnificazione della civiltà e a fronteggiare una legge che non ha mai conosciuto anarchici o oppositori: quella della Natura.
«Da che cosa stai scappando?» gli chiede un vecchio che incontra sulla strada della sua corsa finale verso l’Alaska. «Lo sa? potrei farle la stessa domanda —risponde con certezza Alex— solo che io so la risposta…».

Emblematica la considerazione che Chris riguadagna scrivendola a penna su un libro di Tolstoj mentre oramai sente di essere «intrappolato» nelle terre selvagge dove credeva di essersi rifugiato: «happiness only real when shared»; la felicità è reale solo se condivisa.
E così nella struttura anulare (altro tòpos letterario classico) Chris si congiunge agli affetti che voleva abbandonare, Supertramp si ricongiunge a McCandless riconoscendo nella nuova identità del secondo il percorso catartico del primo e il climax si compie.

Fuori d’ogni discussione ci sono gli aspetti più estetici e tecnici della pellicola. Curata come praticamente ogni grande produzione americana da olti anni a questa parte.
Non sono un amante della camera a mano, quindi mi potete credere se vi dico che solo inquadrature assolutamente garbate e intense, come quelle che Penn riesce a incastrare nei fotogrammi sulla strada di McCandless, mi hanno strappato il cuore dal petto. E con una sorta di noncuranza talmente ben disegnata da far credere che sia davvero una ripresa quasi amatoriale, spontanea come il sentimento che accompagna Alex via via attraverso il suo viaggio / via crucis.
Menzione d’onore anche per la colonna sonora di Eddie Vedder, molto rooty e ritagliata davvero ad arte per i passaggi in cui si fa sentire.

È di certo un film che non lascia tiepidi. Può far battere il cuore o storcere la bocca, ma è davvero difficile che passi come un bicchier d’acqua.
Credevo che mi sarei dovuto saziare per molti mesi con quello che avevo visto in “No country for old men”, visto che produzioni così azzeccate e ispirate non sono all’ordine del giorno. Sono decisamente contento di essermi dovuto ricredere.

What it is…

«Il jazz è quel tipo di uomo con cui non vorreste mai far uscire vostra figlia» — Duke Ellington

«Il jazz è blues con una dose di eroina iniettata» — Miles Davis

«Se devi chiederlo, non lo saprai mai» — Louis Armstrong

Movin’ along

Questo è il mio nuovo diario online. «Anno nuovo, blog nuovo» si potrebbe dire, ma sento all’orizzone il pignolo di turno far voce da primo della classe rispondendo che l’anno nuovo è già vecchio di trentatré giorni.
Quindi poche ciance: benvenuti nel nuovo habitat del mio blog. Il vecchio lo trovate qui; pensavo di dargli un funerale vichingo, ma credo che lo lascerò lì alla memoria.