Play it again, uncle Sam!

Eccolo qui, il nuovo gioco dell’estate.

Scovate l’intruso in questa foto scattata sul 19, a Milano, Lunedì scorso.
Se mi sento buono, e se mi avrete compiaciuto a sufficienza, metterò anche una risposta.

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Sit tibi terra levis

«I’m leavin’ my fam’ly
Leavin’ all my friends
My body’s at home
But my heart’s in the wind
Where the clouds are like headlines
On a new front page sky
My tears are salt water
And the moon’s full and high»

Tom Waits, “Shiver me timbers”

Ci ho messo una settimana.

È passata una settimana intera da quando m’ha chiamato Guido. Con la voce spezzata e il tono sperduto tra il formale e lo sconsolato non riusciva a trovare le parole giuste, non riusciva a raccapezzarsi sul modo di affrontare la questione. Poi alla fine ha preso il coraggio a quattro mani e mi ha detto tutto, senza giri di parole, dall’inizio alla fine.

Sarei un falso se dicessi che lo conoscevo da una vita, che eravamo amiconi, che di gente come lui ce n’era una su un milione e via di carosello.
La verità è che non lo vedevo da anni, e che tutta questa simpatia per lui non l’ho mai provata. Non perché fosse cattivo, stupido o che, ma semplicemente perché rappresentava per filo e per segno tutto quello che io avevo combattuto e sconfitto in me; tutte le peggiori bruttezze che mi ero visto addosso da adolescente e che avevo quindi allontanato, malmenato e infine affogato durante gli anni per arrivare a liberarmene definitivamente, per poter dire che non erano più parte di me. Davvero; non come la polvere spazzata sotto il tappeto.
Andrea era diventato un leviatano ricoperto dai trucioli di cui tutti gli altri si liberano durante la propria crescita. Quello che c’era dentro era diventato irriconoscibile.

È triste doverlo ammettere, ma questa carica emotiva mi faceva vedere Andrea come un ragazzo cento volte peggiore di quanto in realtà non fosse. Lui era solamente uno dei tanti rimasto soverchiato e schiacciato da un marasma incontrollabile di fantasmi che gli dettavano sempre la cosa sbagliata. E lui non è mai stato bravo a resistere alle tentazioni sussurrate all’orecchio.

Non mi andava di unirmi ad alcuni codazzi compassionevoli e perbenisti che trasudavano dalle parole di chi non lo vedeva da anni e ha scoperto all’improvviso che Andrea gli manca tantissimo. Di lui preferisco dar conto dicendo che era un ragazzo di ventun’anni che alla fine ha deciso che a questo mondo non c’era più niente che lui potesse dire, fare o pensare. E che quindi s’è appeso per il collo a un albero al Parco Lambro, qui a Milano, la sera di mercoledì 9 Aprile.
Per noi non ci sono motivazioni al suo gesto: non ne ha lasciate scritte, quindi se mai ce n’erano, se l’è portate nella tomba. 
Umanamente non posso che essere dispiaciuto.
Egoisticamente (come essere umano) non posso che essere scosso.

Ci ho messo una settimana a scrostarmi di dosso tutto quanto: dal buonismo lancinante di chi non riusciva a scrivere nient’altro che parole di elogio e di disperazione per lui, al risentimento distaccato —almeno altrettanto ipocrita— che provavo nei suoi confronti.

Era soltanto un altro povero Lucignolo.
Parola di Pinocchio.
No, anzi: parola di bambino. 

Sit tibi terra levis. 

“Gone baby gone”

[Locandina “Gone baby gone”]

[****]

L’ultima —e solo in senso temporale— fiammata di una stagione cinematografica che ha tenuto piazza con titoli davvero notevoli è questo esordio alla regia di Ben Affleck.

Dennis Lehane (autore del libro da cui è stato tratto questo film e “Mystic River” prima di lui) una volta disse «mi rendo conto che sono in grado di scrivere due tipi di storie: quelle davvero assurde, in un certo senso surreali e divertenti, oppure quelle scure e realiste — fin troppo realiste. Ma non ne sono mai stato soddisfatto, perché non sono capace di fondere assieme entrambe le cose. E a mio modo di vedere, la vita è una fusione tutt’e due». Senza farselo ripetere due volte, “Gone baby gone” è proprio di questo secondo calco.

Ben Affleck fa capire subito che lui forse del buon cinema non l’ha (quasi) mai fatto da attore, ma che l’ha visto e apprezzato da fruitore, e anche da tanto tempo. Rimaneggiando in maniera ancora un po’ acerba —ma del tutto promettente, dato il suo curriculum— questa sceneggiatura ruvida e piena, mostra di essere molto più a proprio agio dietro la macchina da presa che davanti, scegliendo un cast di attori che masticano la polvere del palcoscenico da decenni senza dare il minimo cenno di sfinimento (Morgan Freeman ed Ed Harris) e pescandone un altro paio tra le nuove leve che hanno poche rughe in faccia ma un bel po’ di talento ancora non modellato nella manica (suo fratello Casey Affleck e Michelle Monaghan).
Quello di “Gone baby gone” è uno stile noir ridisegnato da Affleck con pennellate di un’umanità molto sofferta. Poche azioni meditate e travagliate; una manciata di scelte che passano per una via crucis di reminescenze dal passato, tare caratteriali e circostanze fortuite. Un mondo dove ‘la cosa giusta’ è quanto di più indistinto e indecifrabile possibile. Un posto dove ogni uomo è costretto a farsi carico di una realtà che ogni giorno lo spinge lontano da sé tentando di renderlo irriconoscibile a se stesso e al prossimo.
Dove «fare del bene» significa scegliere di fare meno male possibile.

«Come si fa a guadagnarsi il paradiso sopravvivendo a tutta la malvagità che c’è in questo mondo?», è la domanda di un protagonista che tenta di fare la faccia da duro à la Sergio Leone in un mondo che non ha ancora capito bene, anzi per niente. Uno che si addentra in un labirinto in cui ogni bivio chiede un dazio pesantissimo e una cicatrice da portarsi appresso per sempre.
Come a dire che Dio in raltà è soltanto un grosso bambino capriccioso e annoiato che si diverte a strappare le zampe alle formiche in giardino guardandole disperarsi mentre tentano di rimettersi in piedi per riaggrapparsi alla loro vecchia vita normale.
Ma mentre si sporca le mani con un mestiere per grandi, il fragile e caparbio Casey Affleck s’addentra sempre più tra le periferie dell’uomo, realizzando inesorabilmente che, per quanto uno la realtà se la immagini brutta, a volte riesce comunque a peccare di ottimismo, e i ferri sporchi è costretto a portarseli a casa, nel letto, fin sotto le lenzuola. E a stringerseli forte perché non c’è verso di lavarli o lasciarli fuori dall’uscio.

Qualunque difetto o imperfezione uno voglia recriminare a questo film (i piccoli scivoloni di retorica, per esempio, che fanno quasi da errori di battitura su un copione in bella), non credo si possa fare a meno di notare e apprezzare la vena profonda che anima l’intenzione del giovane regista. Un alunno della scuola di Eastwood, di cui è impossibile non vedere l’ombra dal primo fotogramma all’ultimo: stesso autore della sceneggiatura originale, stessa città, stessa filigrana, stesse reminescenze.
Ma tanto è tutto inutile: è sempre un gran piacere quando qualche nuovo peso medio rampante raccoglie il guanto e accetta la sfida del Vecchio Leone. 

Broccolo è chi il broccolo fa!

Adoro i broccoli.
Non i semplicioni à la Forrest Gump, intendo proprio la squisita variante verde intenso del cavolo.

Capite bene che avendo mamma pugliese DOP e babbo mezzo pugliese —ma con un’adorazione purosangue per quella cucina— fin da piccolo ho avuto il piacere di ritrovarmi nel piatto quelle meravigliose infiorescenze lesse e cucinate in tutte le forme. Una di queste forme —la più sdoganata, in realtà— è proprio la pasta coi broccoli; molto banalmente dei broccoli lessati cui poi si unisce una pasta corta fatta lessare tradizionalmente e poi scolata e condita con olio extravergine.

La ricetta qui di seguito credo sia abbastanza abbordabile e conosciuta, ma va detto —non senza una punta d’orgoglio da parte mia— che io l’ho scoperta tutta da solo una sera di quest’estate mentre ero solo in casa.

Prendete tre o quattro testone di broccoli belle grandi. Tagliate via con un coltello le infiorescenze e spelate i tronchi vicini alla radice. Poi sezionate longitudinalmente tutti i gambi e il tronco appena spelato in tanti tocchetti del diametro di un centimetro al massimo e lunghi al più quattro, cinque centimetri.
Se avete un cane coglione come il mio ci metterete un bel po’ a fargi capire che non state affettando una costoletta di maiale ma una banalissima verdure per cui è inappetente.
Prendete il tutto e mettetelo in una pentola di quelle per lessare la pasta con due pugni di sale. Portate a ebollizione e lasciate cuocere per una decina di minuti abbondanti.

Preparate una besciamella un po’ più fluida del normale con una noce di burro, un pizzico di sale, un pugno di farina (io uso quella di grano duro perché dà una crema più saporita) e versate a pioggia un litro di latte (meglio se intero). Quindi spolverate con noce moscata e pepe bianco (in mancanza va bene anche il nero, in barba a Sa Finanza!).
Ricordatevi di girarla in continuazione grattando il fondo; non fate come il sottoscritto che la prima volta che ha fatto una besciamella l’ha lordata tutta quanta col terribile sapore di bruciato del latte abbandonato sul fuoco. 

Ora scegliete un formato di pasta abbastanza corto; io di solito uso caserecce, mezzepenne, penne rigate, fusilli o gomiti rigati. Gettate un mezzo chilo circa di pasta a lessare assieme ai broccoli.
Quando la pasta è molto al dente tiratela e versatene uno strato a coprire una teglia da forno leggermente unta di olio d’oliva per non farla attaccare. Poi coprite con uno strato di grana grattugiato, uno di fontina (o altro formaggio fondente affettato) e quindi un ultimo di besciamella. Continuare a ruota fino ad aver riempito la teglia. Teminate il tutto aggiungendo uno strato di grana grattuggiato in cima.

Infornate per una mezzoretta con forno a duecento gradi circa, poi passate il tutto qualche minuto al grill per far fare quella magnifica crosticina tipica della pasta al forno, e infine sfornate.

Da mangiarsi non troppo calda.

The man who wasn’t there

C’è stato un tempo in cui —come tutti, credo— ero convinto che sarei riuscito in qualche maniera a lasciare qua o là un piccolo segno del mio passaggio che dicesse che avevo fatto qualcosa di buono per questo paese. Un modestissimo mattoncino con su il mio nome e niente più. Era l’epoca del «cambierò il mondo».
Poi ho dovuto ridimensionarmi, ché era sopraggiunta l’età della ragione. Le mie aspettative sono diventate «far sì che questo paese non mi cambiasse troppo» (o almeno più di quanto non era già stato in grado di fare). Era la ‘fase due’.

L’aver bigiato, per la prima volta nella mia carriera di buon cittadino, la chiamata alle urne ha premuto quel grilletto che ha fatto scattare la ‘fase tre’. Anche con la coscienza che il mio voto sarebbe andato a due partiti (uno alla Camera e uno al Senato) che non hanno superato lo sbarramento, ora come ora ho la ferma convinzione che ogni giorno di più passato in questo paese è un giorno dedicato alla collusione con un sistema socio-politico privo di coscienza, anche se lo si fa da elettori dell’opposizione o da astensionisti. Chiunque faccia parte di questo sistema ne è parte integrante, indipendentemente dal ruolo che vorrebbe assumere.
Non è più questione di cambiare il mondo, anzi no, di far sì che non ci cambi lui. 

Avete presente quel poster con su scritto «questo è il primo giorno della seconda parte della vostra vita»? [cit.]

(Strano: stamattina avrei scommesso danaro sonante che “l’Unità” e “il Manifesto” in edicola titolassero a tutta pagina «Che, ce l’avete un euro?»)

Run baby, run!

Fare il teodoforo di ‘sti tempi è dura. Davvero dura.

Commovente fino alle lacrime l’ipocrisia di queste manifestazioni. Finite le Olimpiadi torneranno tutti come pecore a comprare vestiti, utensili e altri oggetti made in China come niente fosse, riempiendo di oboli la grande nazione con gli occhi a mandorla che proseguirà imperterrita nella sua politica di sviluppo basato sullo schiavismo.