“Gone baby gone”

[Locandina “Gone baby gone”]

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L’ultima —e solo in senso temporale— fiammata di una stagione cinematografica che ha tenuto piazza con titoli davvero notevoli è questo esordio alla regia di Ben Affleck.

Dennis Lehane (autore del libro da cui è stato tratto questo film e “Mystic River” prima di lui) una volta disse «mi rendo conto che sono in grado di scrivere due tipi di storie: quelle davvero assurde, in un certo senso surreali e divertenti, oppure quelle scure e realiste — fin troppo realiste. Ma non ne sono mai stato soddisfatto, perché non sono capace di fondere assieme entrambe le cose. E a mio modo di vedere, la vita è una fusione tutt’e due». Senza farselo ripetere due volte, “Gone baby gone” è proprio di questo secondo calco.

Ben Affleck fa capire subito che lui forse del buon cinema non l’ha (quasi) mai fatto da attore, ma che l’ha visto e apprezzato da fruitore, e anche da tanto tempo. Rimaneggiando in maniera ancora un po’ acerba —ma del tutto promettente, dato il suo curriculum— questa sceneggiatura ruvida e piena, mostra di essere molto più a proprio agio dietro la macchina da presa che davanti, scegliendo un cast di attori che masticano la polvere del palcoscenico da decenni senza dare il minimo cenno di sfinimento (Morgan Freeman ed Ed Harris) e pescandone un altro paio tra le nuove leve che hanno poche rughe in faccia ma un bel po’ di talento ancora non modellato nella manica (suo fratello Casey Affleck e Michelle Monaghan).
Quello di “Gone baby gone” è uno stile noir ridisegnato da Affleck con pennellate di un’umanità molto sofferta. Poche azioni meditate e travagliate; una manciata di scelte che passano per una via crucis di reminescenze dal passato, tare caratteriali e circostanze fortuite. Un mondo dove ‘la cosa giusta’ è quanto di più indistinto e indecifrabile possibile. Un posto dove ogni uomo è costretto a farsi carico di una realtà che ogni giorno lo spinge lontano da sé tentando di renderlo irriconoscibile a se stesso e al prossimo.
Dove «fare del bene» significa scegliere di fare meno male possibile.

«Come si fa a guadagnarsi il paradiso sopravvivendo a tutta la malvagità che c’è in questo mondo?», è la domanda di un protagonista che tenta di fare la faccia da duro à la Sergio Leone in un mondo che non ha ancora capito bene, anzi per niente. Uno che si addentra in un labirinto in cui ogni bivio chiede un dazio pesantissimo e una cicatrice da portarsi appresso per sempre.
Come a dire che Dio in raltà è soltanto un grosso bambino capriccioso e annoiato che si diverte a strappare le zampe alle formiche in giardino guardandole disperarsi mentre tentano di rimettersi in piedi per riaggrapparsi alla loro vecchia vita normale.
Ma mentre si sporca le mani con un mestiere per grandi, il fragile e caparbio Casey Affleck s’addentra sempre più tra le periferie dell’uomo, realizzando inesorabilmente che, per quanto uno la realtà se la immagini brutta, a volte riesce comunque a peccare di ottimismo, e i ferri sporchi è costretto a portarseli a casa, nel letto, fin sotto le lenzuola. E a stringerseli forte perché non c’è verso di lavarli o lasciarli fuori dall’uscio.

Qualunque difetto o imperfezione uno voglia recriminare a questo film (i piccoli scivoloni di retorica, per esempio, che fanno quasi da errori di battitura su un copione in bella), non credo si possa fare a meno di notare e apprezzare la vena profonda che anima l’intenzione del giovane regista. Un alunno della scuola di Eastwood, di cui è impossibile non vedere l’ombra dal primo fotogramma all’ultimo: stesso autore della sceneggiatura originale, stessa città, stessa filigrana, stesse reminescenze.
Ma tanto è tutto inutile: è sempre un gran piacere quando qualche nuovo peso medio rampante raccoglie il guanto e accetta la sfida del Vecchio Leone. 

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