Sit tibi terra levis

«I’m leavin’ my fam’ly
Leavin’ all my friends
My body’s at home
But my heart’s in the wind
Where the clouds are like headlines
On a new front page sky
My tears are salt water
And the moon’s full and high»

Tom Waits, “Shiver me timbers”

Ci ho messo una settimana.

È passata una settimana intera da quando m’ha chiamato Guido. Con la voce spezzata e il tono sperduto tra il formale e lo sconsolato non riusciva a trovare le parole giuste, non riusciva a raccapezzarsi sul modo di affrontare la questione. Poi alla fine ha preso il coraggio a quattro mani e mi ha detto tutto, senza giri di parole, dall’inizio alla fine.

Sarei un falso se dicessi che lo conoscevo da una vita, che eravamo amiconi, che di gente come lui ce n’era una su un milione e via di carosello.
La verità è che non lo vedevo da anni, e che tutta questa simpatia per lui non l’ho mai provata. Non perché fosse cattivo, stupido o che, ma semplicemente perché rappresentava per filo e per segno tutto quello che io avevo combattuto e sconfitto in me; tutte le peggiori bruttezze che mi ero visto addosso da adolescente e che avevo quindi allontanato, malmenato e infine affogato durante gli anni per arrivare a liberarmene definitivamente, per poter dire che non erano più parte di me. Davvero; non come la polvere spazzata sotto il tappeto.
Andrea era diventato un leviatano ricoperto dai trucioli di cui tutti gli altri si liberano durante la propria crescita. Quello che c’era dentro era diventato irriconoscibile.

È triste doverlo ammettere, ma questa carica emotiva mi faceva vedere Andrea come un ragazzo cento volte peggiore di quanto in realtà non fosse. Lui era solamente uno dei tanti rimasto soverchiato e schiacciato da un marasma incontrollabile di fantasmi che gli dettavano sempre la cosa sbagliata. E lui non è mai stato bravo a resistere alle tentazioni sussurrate all’orecchio.

Non mi andava di unirmi ad alcuni codazzi compassionevoli e perbenisti che trasudavano dalle parole di chi non lo vedeva da anni e ha scoperto all’improvviso che Andrea gli manca tantissimo. Di lui preferisco dar conto dicendo che era un ragazzo di ventun’anni che alla fine ha deciso che a questo mondo non c’era più niente che lui potesse dire, fare o pensare. E che quindi s’è appeso per il collo a un albero al Parco Lambro, qui a Milano, la sera di mercoledì 9 Aprile.
Per noi non ci sono motivazioni al suo gesto: non ne ha lasciate scritte, quindi se mai ce n’erano, se l’è portate nella tomba. 
Umanamente non posso che essere dispiaciuto.
Egoisticamente (come essere umano) non posso che essere scosso.

Ci ho messo una settimana a scrostarmi di dosso tutto quanto: dal buonismo lancinante di chi non riusciva a scrivere nient’altro che parole di elogio e di disperazione per lui, al risentimento distaccato —almeno altrettanto ipocrita— che provavo nei suoi confronti.

Era soltanto un altro povero Lucignolo.
Parola di Pinocchio.
No, anzi: parola di bambino. 

Sit tibi terra levis. 

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2 thoughts on “Sit tibi terra levis

  1. Non lo conoscevo, però mi dispiace. Per lui e per i Lucignoli che in passato sono entrati nella mia vita solo per uscirne senza una parola. Se ne vanno lasciandoti addosso un vago senso di inadeguatezza, incompiutezza e di tante altre cose.
    Coi saluti se la cavano meglio i poeti…

    Non ci credevano, pensavano: fandonie
    ma lo apprendevano da due, da tre, da tutti.
    Si mettevano a fianco nella riga
    del suo tempo fermatosi di botto
    case di mogli di impiegati e di mercanti,
    cortili e alberi sui quali
    i corvi, nel fumo d’un sole rovente,
    urlavano eccitati contro le cornacchie,
    perché le stolte d’ora innanzi non ficcassero
    il naso nel peccato, alla malora.
    Ma c’era sui volti un umido spostamento
    come fra le pieghe d’una strappata vangaiuola.

    Era un giorno, un innocuo giorno, più innocuo
    d’una decina di precedenti giorni tuoi.
    Si affollavano, allineandosi nell’anticamera,
    come se lo sparo li avesse allineati.

    Tu dormivi, spianato il letto sulla maldicenza,
    dormivi e, cessato ogni palpito, eri placido, –
    bello, ventiduenne,
    come aveva predetto il tuo tetrattico.

    Tu dormivi, stringendo al cuscino la guancia,
    dormivi a piene gambe, a pieni malleoli,
    inserendoti ancora una volta di colpo
    nella schiera delle leggende giovani.

    Tu ti inseristi in esse più sensibilmente
    perché le avevi raggiunte d’un balzo.
    Il tuo sparo fu simile a un Etna
    in un pianoro di codardi e di codarde.

    [Morte di un poeta, Pasternak]

  2. Proprio così: inadeguatezza.
    Ti senti quasi un ‘graziato’ quando realizzi che l’aria che stai respirando, il pezzetto di storia che stai vivendo e le cose che stanno succedendo lui non le proverà più. È una di quelle cose che ognuno vede scrivere o sente dire dagli altri in queste circostanze, ma assumono un tono molto diverso, quasi anti-profetico quando sei tu a sentirle battere cassa.

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