Jesus frog superstar

Diciamocela tutta: bisogna essere degli emeriti imbecilli se ci si offende per un’immagine del genere.

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«La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione»

«Chi decide di tacere e piega la testa muore ogni volta che lo fa; chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola»

Giavanni Falcone, magistrato anti-mafia (Palermo, 18 maggio 1939 – Capaci, 23 maggio 1992)

Duck soupera

«Trovo che il cinema italiano debba essere affossato. Nelle condizioni in cui è va chiuso, va tolta lo spina. Lo Stato italiano deve smettere di finanziare i film perché non è giusto, perché è immorale, perché io vorrei che qualcuno mi spiegasse la differenza tra me, cineasta, ed un saggista, un musicista, uno scultore, un pittore. […] Il cinema non è forma d’arte. Il cinema è merce. Io vorrei che molti miei colleghi frequentassero non i festival ma i mercati come faccio io»

Renzo Martinelli, regista e produttore

…e non ho altro da dire su questa faccenda. [cit.]

Fleming strikes back!

Quando nel lontano 2001 Daniele Luttazzi intervistò Marco Travaglio, e questi durante l’intervista andò a toccare alcuni temi ‘caldi’ del suo libro “L’odore dei soldi”, si scatenò un putiferio. Piovvero improperi e minacce che si formalizzarono —tra l’altro—  in una querela agli autori del libro.
Fu una manna dal cielo. Da quel giorno Travaglio, oramai diventato la nuova bestia nera del Cavaliere, ebbe una fiammata di popolarità che nessuna agenzia di pubblicità e nessun manager o promotore avrebbe mai potuto regalargli. Il suo libro andò a ruba e venne ristampato a tamburo battente nei mesi e negli anni a venire, facendo da gigantesca cassa di risonanza all’indubbio talento del giornalista.

A sette anni di distanza Schifani ha fatto lo stesso errore del Cavaliere: appena Travaglio ha messo piede in televisione da quel Vermilinguo di Fazio citando fatti riportati da un suo libro (“Se li conosci, li eviti” di M. Travaglio e P. Gomez), s’è dato fuoco alle polveri e —come la volta scorsa— anche a ‘sto giro è partita la querela, con annesso codazzo di fanfara mediatica e schiamazzare della blogsfera. E anche ‘stavolta con immensa gioia per la nuova fatica editoriale dei due giornalisti, dal momento che Travaglio, appena usmato all’orizzone quell’odore di polverone che aveva del deja-vu, senza por tempo in mezzo ha messo mano al suo stesso tomo per citare nuovamente per filo e per segno nomi, date e luoghi a maggior trasparenza.
Insomma quasi una messainscena teatrale con qualche cambio al vertice nelle parti e qualche aggiustamento di circostanza. E della quale, a distanza di anni, alcuni hanno capito il finale e la morale della favola; altri no.

Altra piccola postilla la vorrebbe l’ennesima prova —semmai ce ne fosse bisogno— che per stampa si può dire praticamente qualunque cosa, tanto in pochi se ne accorgeranno. Ma la televisione… beh,  non toccate la televisione; quel piccolo pascolo di vacche sacre del Dio Sole grazie alla quale —a proprie spese— gli Italiani oramai si fanno raccontare anche con che mano tenerselo quando vanno a gabinetto.
Schifani non vuole rimproverare a Travaglio e Gomez di aver messo per iscritto nel loro libro alcuni fatti riguardanti la sua vita passata, ma recrimina al primo di averli portati nella televisione pubblica. 

(Peraltro mi sembrava molto più ausipicabile una querela da parte degli eredi di Alexander Fleming; il paragone di Travaglio sulla muffa era davvero una sassata in pieno volto…)

Money…

Il colpo di coda di Visco è stato geniale, non c’è che dire. Degno del migliore statista dei tempi d’oro del Cremlino. Impeccabile nella sua serpentina tempestività (il PD oramai non ha più niente da perdere quanto a popolarità) e nel suo ‘lestofantiaco’ nascondersi dietro una foglia di fico («i redditi sono sempre stati dati alla portata di tutti in Italia»).

Riassumiamo le puntate precedenti per chi se le fosse perso. Prodi incentra la sua campagna elettorale prima, e la sua politica di Primo Ministro dopo sulla lotta all’evasione fiscale. «Pagare meno per pagare tutti», dichiara a un giornalista che gli chiede lumi sui suoi buoni propositi. Poi si consulta coi suoi segretari e i suoi ghost writers e ritratta: «pagare tutti per pagare meno».
Ok, ci siamo.
Viene il momento della resa dei conti: con una spicciolata di voti di maggioranza, l’Ulivo convola a Palazzo Madama per la formazione del governo. È tempo di mantenere le promesse, e il buon Romano non si tira indietro; congela ogni possibilità di ulteriori condoni fiscali e lascia che ogni evasore del Belpaese affronti la trafila giudiziaria verso il proprio destino.
Ma i conti sono ineludibili, e anche se —come diceva Napoleone Bonaparte— «in politica l’assurdità non è un difetto», ci si trova a fine mese a dover pagare i conti, i quali hanno il brutto vizio di sottostare alla matematica, più che alla retorica, e che quindi non sono manipolabili a lungo. E questo conti, con i tempi tecnici della Giustizia italiana sono più cambiali senza timbro né firma, che saldi a buon fine.
In buona sostanza la filosofia senza ‘ma’ e senza ‘se’ sul fronte dell’evasione si scontra e si scorna con la dura realtà.
Urge una soluzione che ci metta una toppa. Urge un’innovazione che faccia fare al cittadino medio quello che il Fisco non riesce. Stanare i piccoli ma numerosi evasori che brulicano come formiche ovunque per lo Stivale.

Lampo di genio.

Un paese che ha procrastinato all’ottava edizione uno show puramente guardone e pecoreccio come il “Grande Fratello” non può non attendere con ansia che gli si serva l’occasione di sapere quanto ha guadagnato il vicino, il collega, il commercialista, l’avvocato e via discorrendo. Un modo come tanti per guardarlo con sprezzo o con rispetto (a seconda), la prossima volta che lo si incrocia, ritarando tutta la considerazione che ha di lui in base a quello che è il suo status symbol di contribuente.
Da’ al cittadino un motivo per essere figlio di puttana e lui venderà anche sua madre pur di non deluderti.

Ed ecco online uno per uno tutti i contribuenti dell’anno 2005.

Nella mia pur breve vita di contribuente non ho mai avuto problemi a parlare del mio reddito, indipendentemente dal quanto questo fosse decoroso o scarso, a seconda dei tempi. Non solo, ma trovo ridicolo il pudore finto umile con cui l’Italiano medio parla del proprio tenore di vita; neanche stessi tentando di violentare l’intimo della sua più recondita privacy.
Tuttavia questa è una mia china personale, e in uno stato liberale (come si auspicherebbe che sia quello in cui viviamo), le scelte personali dell’individuo non sono affare della Giurisprudenza. Il fatto che lo Stato autorizzi chiunque a guardare i redditi di chiunque altro nella speranza che vengano a galla i liberi professionisti con villino, yatch e SUV ruggente e che dichiarano una manciata di euro all’anno è un abominio. Né più né meno del Partito che in Unione Sovietica premiava i delatori che denunciavano i vicini di casa complottisti o «nemici del Popolo».

La cosa che più mi amareggia poi è che ci si è cascati con tutte le scarpe.
«Se non hai nulla da nascondere allora non ti devi preoccupare» credo batta tutte le bestialità che mi son sentito rispondere quando ho espresso le mie perplessità sulla manovra del Tesoro. Ma non son nemmeno tanto in vena di fare classifiche, e le battute hanno tutte quel gusto agrodolce che sfuma nell’amaro.

Bravo Visco. Hai fatto breccia nel cuore degli Italiani e hai scatenato la mentalità da gregge che c’è dentro.
Adesso vediamo cosa bisognerà inventarsi per batterti in questo gioco al ribasso. 

“Iron Man”

«They say the best weapon is one you never have to fire.
I prefer the weapon you only need to fire once.
That’s how dad did it, that’s how America does it,
and it’s worked out pretty well so far»

Tony Stark/Iron Man

[***1/2]

“Iron Man” è il sogno americano di ogni ingegnere da questa parte dell’oceano.
Tony Stark/Robert Bowney jr. è un figaccione ricco da far spavento, appassionato di elettronica, meccanica e tecnologia in ogni sua applicazione contemporanea ed è pieno di donne da far girare la testa. Basterebbe notare che ha tutti i capelli dopo i venticinque anni per capire che non può essere un ingegnere, e che probabilmetne ha comprato la laurea.
Ma tutto questo si spiega tranquillamente posto per definizione che stiamo parlando di un film di fantascienza. 

Ferma restante la precedente considerazione, trovo che “Iron Man” possegga una qualità preziosissima ma rara negli innumerevoli comic movie che ad Hollywood impazzano e crescono come funghi da qualche anno a questa parte: non si prende troppo sul serio. Non so voi, ma a sentire certi dialoghi di “Spider Man” c’era da temere seriamente che volessero farti anche la morale, ed è quanto di più irritante e ulceroso io possa immaginare in un film del genere.
Sarà che Jon Favreau altri non è se non un serio professionista di Hollywood che fino a ieri s’è guadagnato la pagnotta con film dal sapore di commedia più o meno fantastici, ma tutto sommato con i piedi per terra e senza grilli per la testa, ma trovo che la mancanza di retorica e il non darsi troppo peso in un argomento come i supereroi di una volta (quelli duri e puri, quelli buoni al di là di ogni umanità, quelli che sanno sempre qual è la cosa giusta da fare) sia un approccio assolutamente onesto. La gallina dalle uova d’oro è un bene che non tutti posseggono; se proprio hai la fortuna di averne una tra le mani fa’ almeno la cortesia di non scannarla.

Constatato questo, il resto della pellicola fa bella mostra di sé e non lascia delusi.
Ci si fa quattro risate con Robert Downey jr. a cui tutto si può rimproverare, tranne che sia la persona giusta al momento giusto; involuto nella sua personalità e nella sua genialità, sicuro di sé, commediante e irriverente; lo specchio perfetto del personaggio di vecchia generazione che non deve avere ombre ma solo luci. Deve piacere sulla carta.
Non si può non rimanere sorpresi dagli effetti speciali di robottoni che se le danno di santa ragione su e già per la 34° Strada tirandosi addosso l’ultimo modello fiammante di SUV Audi e lasciando pochi edifici in piedi. Buttiamoci dentro anche brevi incursioni dei paesi della regione islamica, dove ci turiamo volentieri il naso trovando i soliti cammellieri col Kalashnikov in mano che smaniano dalla voglia di farsi ammazzare dal buono a stelle e strisce di turno.
Il tutto senza strafare, e lo dimostra il fatto che non si fa altro che passare dal campo al controcampo anche quando qualsiasi addetto agli effetti speciali avrebbe dato un braccio pur di ottenere una camera in soggettiva, una ripresa mozzafiato o uno strabordare di luci a tutto campo.

La trama? Beh, non c’è bisogno di lamentarsi: sarà almeno il cinquantesimo film che ci fanno. Un evento traumatico risveglia la coscienza del protagonista che devolve le sue energie e i propri spunti a favore di una lotta di civiltà moralmente elogiabile contro i cattivi, che sono improrogabilmente sempre più del previsto e che si riveleranno essere molto vicini al protagonista di quanto si sospettasse in principio. Fine del cliché; intrammezzare con cattivi affascinanti e pieni di estro, condire con sparatorie, bombe a mano, tric e trac e concludere con la bella di turno nel letto del buono.
Sipario, titoli di coda, speditemi a casa gli assegni per le royalties.

«E dove sta il bello?», potreste chiedermi.
Beh, come ho detto Jon Favreau non passa il guado né ci si ferma in mezzo. Ed è questa la scelta giusta su questo fiume.
Volevate il film d’azione. Eccovelo servito.
Vuole il diciotto politico e non se ne vergogna; autoironico, non compiaciuto e senza morale.
Il resto non è grasso che cola, è osso che strozza.