Bad times, harsh times

Dopo l’“Economist” tocca al “Financial Times”. Un altro prestigioso settimanale inglese si unisce al coro e punta il dito contro la nuova reggenza Berlusconi, e in particolare contro il lodo Schifani bis e il lodo Alfano. «Watching his new government in action is a bit like sitting down to view a bad old movie again», «vedere all’opera il suo nuovo governo è un po’ come sedersi a rivedere un vecchio brutto film».
E ancora «once again, the 71-year old prime minister is spending much of his political energy legislating to protect himself from Italy’s public prosecutors». 

Ma oramai la spiegazione è quasi banale: probabilmente anche il “Financial Times” è un rotocalco comunista e colluso con alcuni PM italiani di quelli ostinatamente alle calcagna del Cavaliere…

Da Italiano, oramai lascia una sensazione di ebbrezza agrodolce sentire un giornale esprimere un j’accuse contro Berlusconi.

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Christine

La cosa più esilarante dell’andare in giro in macchina a Cagliari è che quando ti fermi per far attraversare i pedoni sulle strisce, questi rimangono paralizzati a guardarti con lo stupore dipinto in viso. Come se avessi un enorme uccello appeso allo specchietto retrovisore.
«Ma fa finta e aspetta che attraversi per prendermi a tradimento, oppure è semplicemente un alieno?!».

“Then she found me”

[**1/2]

 

Il Mereghetti ci ha detto decisamente bene: Helen Hunt è davvero notevole come regista, ed è una piacevole scoperta. Sa aver gusto nei punti giusti e sa far trasparire dalla pellicola la vibrazione necessaria per non rendere verbosa l’immagine senza lasciarsi andare alla fotografia sciatta. Quello che poteva prendersi la briga di sottolineare e che invece tralascia, è che la sceneggiatura è tessuta decisamente male; e poco ci scappa quanto si impacchetta il tutto: un film girato bene se la sceneggiatura non convince fa comunque una brutta impressione.
Sembra quasi combattuto: prima antiretorico, poi stucchevole quando sfocia nel romantico, poi anticonformista sulle questioni sociali molto attuali, poi di nuovo bolso. Come se la regista in primis non fosse convinta della sceneggiatura.
Una cassoëla poco riuscita.

One pill makes you larger, and one pill makes you small…

«Siccome tra cinque anni governeremo noi, dovremo avere un Paese che consenta un’azione riformista»

Walter Veltroni

 

Commovente.
Certe perle zarathustrine sfociano nel grottesco se si pensa che tristemente nessuno (un giornalista, potrei auspicarmi) è in grado di andare a colloquio con questa persona per chiedergli che cosa significa secondo lui «riformismo». Mi ricorda tanto una frase attribuita a Prezzolini che recitava più o meno «Il conservatore non è contrario alle novità in sé, ma almeno non scambia l’ignoranza degli innovatori per novità».
Veltroni non ha perso perché l’Italia voleva Berlusconi, ha perso perché s’è fermato in mezzo all guado: non è riuscito a staccarsi dal vecchio retaggio di una sinistra darwinianamente superata e non è riuscito a trasformarsi in un partito laburista o democratico all’anglosassone come vorrebbe far credere col nuovo nome che s’è dato. E nel disperato tentativo di tenere il piede in due staffe è caduto da cavallo ancora prima di salirci. È stato l’unico disgraziato, in un habitat dove si praticano trasformismo e doppiogiochismo con una disinvoltura che oramai ha fatto proverbio, a non saper praticare nessuna di queste due discipline, tirandosi addosso a tratti addirittura le risa fino dei suoi elettori.
S’è fatto additare a mo’ di scemo del villaggio in un panorama di minus habentes, s’è beccato del «voltagabbana» da dei franchi tiratori professionisti, ed è riuscito perfino a far sentire ancora una volta tradito un elettorato (quello di centrosinistra) che s’è beccato più pugnalate di Cesare negli ultimi quindici anni. Il tutto mentre dichiara candidamente che farà «governo ombra» (forse non l’hanno informato del fatto che alle ultime elezioni è stato trombato, e che in uno stato democratico chi è stato trombato non governa), che farà «opposizione inflessibile» (e non gli hanno detto neanche che per avere un’opinione contraria a quella di qualcun altro è necessario prima avere un’opinione tout court) e che tra cinque anni governerà lui.
Nemmeno il fumo, parliamo di una persona che vende il vuoto pneumatico.

“Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull”

«Careful: you may get exactly what you wish for» 
«I usually do…»

Indiana Jones e l’agente Irina Spalko

[**]

Non è che Spielberg non sia mai riuscito a farmelo andar giù per mancanza di verve o talento, è che in quasi ogni suo film ha sopra ogni cosa il fare del piazzista americano che vuole dimostrare che *poteva* fare quello che stava facendo. La realizzazione per lui è quasi sempre un orizzonte di gloria che passa per il concetto, nel suo cinema il mezzo sovrasta il fine finendo per schiacciarlo, e questo è un approccio che odio con tutte le mie forze, soprattutto nell’arte. Il suo modo di fare cinema è un capriccio da adolescente perché brilla a tratti: mescola sprazzi di estetismo folgorante (la scena dell’esplosione atomica, i campi e controcampi con le ombre di Jones dietro al cappello e via discorrendo), illuminato fino a infondere speranza di poter vedere Spielberg a due polmoni, per poi scivolare verso una retorica da diabete, tornando in gara con battute rilassatamente comiche che suscitano uno sbotto di riso sincero, per poi lasciarsi andare di nuovo in sequenze piatte e banali che non meritano nemmeno metà della pellicola che gli si dedica.

È banale dire che il canovaccio è talmente logoro che oramai si fa fatica a ridere anche alle gags di rito, me ne rendo conto, ma è davvero l’unica cosa che si può dire sulla trama.

In realtà l’unica sensazione che si ha vedendo questo film è di assistere a una rimpatriata di vecchi amici che passano la serata a raccontarsi con malcelata malinconia le proprie prodezze dell’era del college; con pochissime eccezioni Spielberg e Lucas sembrano essere rimasti intrappolati in un museo di cliché anni ’80 che li estranea dal mondo reale e su pellicola, rendendo il film una fuga onirica non tanto dal mondo reale (in fondo il cinema è anche questo) ma anche dalla realtà del cinema stesso. Un paradosso: fuggono da una cosa che può voler dire «fuga».
Oramai solo la metà delle persone in sala credo siano coscienti di che cos’era il cinema quando i cattivi erano per antonomasia i comunisti, quando quasi ci si commuoveva nel veder dipinti gli sgherri dell KGB come una massa di burattini idioti fatti su con lo stampino e infusi fin nelle cornee del sacro furore della tirannia a falce e martello. Vederlo adesso —e in questi termini— scatena a tratti striature di grottesco che non riescono a trovare scusanti; se possibile peggio ancora del vedere la terza generazione di cattivi per definizione, gli islamici.

Non volevo cadere in tentazione a priori e cedere al «se si va a riesumare il caro vecchio pezzo da novanta sepolto da vent’anni allora si è necessariamente alla frutta», ma credo che i fatti stringano il cappio tanto più ci si tenti di divincolare: non c’è molto altro a parte l’odore di vecchio.
Se non fosse per alcune —davvero sparute— scene girate con la mano di chi sa il fatto suo e che sul telone di un cinema possono ancora far passare qualche mezzo minuto (fortunatamente non solo di gustoso action movie made in the USA), farei davvero fatica a capire da dove possa venir fuori un 7.2/10 su IMDB

Who did you love?

Oramai non fai in tempo a celebrarne uno che te ne muore un altro, e non me ne voglia il povero Britti, che a questo punto dovrebbe strizzarsi sonoramente le gonadi.
«Ne abbiamo perso un’altro! Uomo a terra!», griderebbe il marconista se fossimo a Omaha Beach. Il soldato Bo Diddley non ce l’ha fatta. Come tanti suoi colleghi ha stretto forte la sua Charline fino all’ultimo: una Gretsch dalla forma talmente inusuale da fare concorrenza al ritmo delle sue canzoni. Ma proprio come tanti suoi colleghi alla fine ha pagato il dazio di una vita sregolata, spesso oltre ogni misura. L’avevano quasi avvertito, da lassù: s’era fatto a stretto giro di posta una crisi cardiaca e un’infarto un’anno fa; bene o male aveva ripreso qualche forma e aveva deciso di tornare sulle scene a tutti i costi, con trafile lunghissime e con un terapeutico ritorno nella sua casa in Florida. Ma non è bastato.
È morto stanotte.
Bo Diddley è un altro di quelli più amati dagli addetti ai lavori che dagli ascoltatori veri e propri. Non c’è grande artista della Rock n’ Roll Hall of Fame che non abbia inciso o suonato dal vivo una cover di qualche suo pezzo. Di tutti, i maggiori suoi ammiratori erano i Rolliong Stones, gli Yardbirds, i Quicksilver Messenger Service e gli Who. Ma sono solo una manciata di nomi sugli altri: sono in pochi, volenti o nolenti a non aver suonato qualcosa di somigliante al suo sound per almeno tre decadi, fino agli inizi degli anni ’80; il suo branno più famoso (quasi la sua icona) era e rimase per decenni interi “Who do you love?”.
Una volta Mick Jagger durante un’intervista disse che chiunque avesse guadagnato con il rock n’ roll nella seconda metà del ‘900 avrebbe dovuto mandare delle royalties a Bo Diddley e a Chuck Berry. Da questa parte dell’oceano invece abbiamo stigmatizzato come inventore il secondo e lasciato in penombra il primo. Ironico, anzi grottesco per un paese che ha un festival famosissimo dedicato alla musica contemporanea.

Bo Diddley ha fatto qualcosa che i puristi disdegnano ma che la storia ha premiato: ha portato il blues nel rock n’ roll esasperandone l’aspetto ritmico sopra quello melodico. Chiunque vedesse una sua esibizione aveva il forte sospetto che quell’omone nero con il cappello da cowboy e gli occhiali con la montatura anni ’50 fosse in realtà uno stregone voodoo di qualche strana setta. Lui non suonava la chitarra, la batteva; lui non cambiava accordi, ne martoriava a volte anche uno solo per una canzone intera, facendo della musica un’amalgama indistinta col ritmo e scatenando la frenesia del ballo che avrebbe fatto la fortuna del rock n’ roll lanciandolo nella cultura americana come un missile.

Come tutti i più grandi innovatori era un inconsapevole: non sapeva quello che stava facendo, e soprattutto non sapeva delle conseguenza che avrebbe avuto.
Lui suonava. Anzi percuoteva.
Gli altri, intorno a lui, non potevano far altro che seguire la scia.
Noi, dal canto nostro, dovremmo quanto meno fare il gesto di non scordarcene.