Who did you love?

Oramai non fai in tempo a celebrarne uno che te ne muore un altro, e non me ne voglia il povero Britti, che a questo punto dovrebbe strizzarsi sonoramente le gonadi.
«Ne abbiamo perso un’altro! Uomo a terra!», griderebbe il marconista se fossimo a Omaha Beach. Il soldato Bo Diddley non ce l’ha fatta. Come tanti suoi colleghi ha stretto forte la sua Charline fino all’ultimo: una Gretsch dalla forma talmente inusuale da fare concorrenza al ritmo delle sue canzoni. Ma proprio come tanti suoi colleghi alla fine ha pagato il dazio di una vita sregolata, spesso oltre ogni misura. L’avevano quasi avvertito, da lassù: s’era fatto a stretto giro di posta una crisi cardiaca e un’infarto un’anno fa; bene o male aveva ripreso qualche forma e aveva deciso di tornare sulle scene a tutti i costi, con trafile lunghissime e con un terapeutico ritorno nella sua casa in Florida. Ma non è bastato.
È morto stanotte.
Bo Diddley è un altro di quelli più amati dagli addetti ai lavori che dagli ascoltatori veri e propri. Non c’è grande artista della Rock n’ Roll Hall of Fame che non abbia inciso o suonato dal vivo una cover di qualche suo pezzo. Di tutti, i maggiori suoi ammiratori erano i Rolliong Stones, gli Yardbirds, i Quicksilver Messenger Service e gli Who. Ma sono solo una manciata di nomi sugli altri: sono in pochi, volenti o nolenti a non aver suonato qualcosa di somigliante al suo sound per almeno tre decadi, fino agli inizi degli anni ’80; il suo branno più famoso (quasi la sua icona) era e rimase per decenni interi “Who do you love?”.
Una volta Mick Jagger durante un’intervista disse che chiunque avesse guadagnato con il rock n’ roll nella seconda metà del ‘900 avrebbe dovuto mandare delle royalties a Bo Diddley e a Chuck Berry. Da questa parte dell’oceano invece abbiamo stigmatizzato come inventore il secondo e lasciato in penombra il primo. Ironico, anzi grottesco per un paese che ha un festival famosissimo dedicato alla musica contemporanea.

Bo Diddley ha fatto qualcosa che i puristi disdegnano ma che la storia ha premiato: ha portato il blues nel rock n’ roll esasperandone l’aspetto ritmico sopra quello melodico. Chiunque vedesse una sua esibizione aveva il forte sospetto che quell’omone nero con il cappello da cowboy e gli occhiali con la montatura anni ’50 fosse in realtà uno stregone voodoo di qualche strana setta. Lui non suonava la chitarra, la batteva; lui non cambiava accordi, ne martoriava a volte anche uno solo per una canzone intera, facendo della musica un’amalgama indistinta col ritmo e scatenando la frenesia del ballo che avrebbe fatto la fortuna del rock n’ roll lanciandolo nella cultura americana come un missile.

Come tutti i più grandi innovatori era un inconsapevole: non sapeva quello che stava facendo, e soprattutto non sapeva delle conseguenza che avrebbe avuto.
Lui suonava. Anzi percuoteva.
Gli altri, intorno a lui, non potevano far altro che seguire la scia.
Noi, dal canto nostro, dovremmo quanto meno fare il gesto di non scordarcene.

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3 thoughts on “Who did you love?

  1. Bukka White?! Grandissimo!
    Aveva una carica strepitosa, e poi aveva anche lui uno stile personalissimo nel suonare la chitarra, alternando la suonata tradizionale allo strumming e a una sorta di percussione (si vede nel video che hai postato).
    Un’altra leggenda!
    Ma lui purtroppo ce lo siamo giocato molti anni fa… prima ancora che nascessimo io e te, addirittura…

    (Akismet aveva deciso arbitrariamente che il tuo commento era spam, e nemmeno s’era degnato di avvisarmi per mail, lo stronzo…)

  2. Ho avuto la grande fortuna di vederlo a Bellinzona, nel 2002. Grande annata per Piazza Blues, quella… c’erano anche Chuck Berry, John Hammond e lo sfortunato Sean Costello. Diddley se ne stava sul palco col carisma di sempre, pur appesantito da età e acciacchi… ora se n’è andato, e mi chiedo chi prenderà il suo posto. Nelle nuove generazioni di musicisti si trova tanta tecnica, ma poco cuore.
    Ciao!

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