“Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull”

«Careful: you may get exactly what you wish for» 
«I usually do…»

Indiana Jones e l’agente Irina Spalko

[**]

Non è che Spielberg non sia mai riuscito a farmelo andar giù per mancanza di verve o talento, è che in quasi ogni suo film ha sopra ogni cosa il fare del piazzista americano che vuole dimostrare che *poteva* fare quello che stava facendo. La realizzazione per lui è quasi sempre un orizzonte di gloria che passa per il concetto, nel suo cinema il mezzo sovrasta il fine finendo per schiacciarlo, e questo è un approccio che odio con tutte le mie forze, soprattutto nell’arte. Il suo modo di fare cinema è un capriccio da adolescente perché brilla a tratti: mescola sprazzi di estetismo folgorante (la scena dell’esplosione atomica, i campi e controcampi con le ombre di Jones dietro al cappello e via discorrendo), illuminato fino a infondere speranza di poter vedere Spielberg a due polmoni, per poi scivolare verso una retorica da diabete, tornando in gara con battute rilassatamente comiche che suscitano uno sbotto di riso sincero, per poi lasciarsi andare di nuovo in sequenze piatte e banali che non meritano nemmeno metà della pellicola che gli si dedica.

È banale dire che il canovaccio è talmente logoro che oramai si fa fatica a ridere anche alle gags di rito, me ne rendo conto, ma è davvero l’unica cosa che si può dire sulla trama.

In realtà l’unica sensazione che si ha vedendo questo film è di assistere a una rimpatriata di vecchi amici che passano la serata a raccontarsi con malcelata malinconia le proprie prodezze dell’era del college; con pochissime eccezioni Spielberg e Lucas sembrano essere rimasti intrappolati in un museo di cliché anni ’80 che li estranea dal mondo reale e su pellicola, rendendo il film una fuga onirica non tanto dal mondo reale (in fondo il cinema è anche questo) ma anche dalla realtà del cinema stesso. Un paradosso: fuggono da una cosa che può voler dire «fuga».
Oramai solo la metà delle persone in sala credo siano coscienti di che cos’era il cinema quando i cattivi erano per antonomasia i comunisti, quando quasi ci si commuoveva nel veder dipinti gli sgherri dell KGB come una massa di burattini idioti fatti su con lo stampino e infusi fin nelle cornee del sacro furore della tirannia a falce e martello. Vederlo adesso —e in questi termini— scatena a tratti striature di grottesco che non riescono a trovare scusanti; se possibile peggio ancora del vedere la terza generazione di cattivi per definizione, gli islamici.

Non volevo cadere in tentazione a priori e cedere al «se si va a riesumare il caro vecchio pezzo da novanta sepolto da vent’anni allora si è necessariamente alla frutta», ma credo che i fatti stringano il cappio tanto più ci si tenti di divincolare: non c’è molto altro a parte l’odore di vecchio.
Se non fosse per alcune —davvero sparute— scene girate con la mano di chi sa il fatto suo e che sul telone di un cinema possono ancora far passare qualche mezzo minuto (fortunatamente non solo di gustoso action movie made in the USA), farei davvero fatica a capire da dove possa venir fuori un 7.2/10 su IMDB

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3 thoughts on ““Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull”

  1. I voti su IMDb sono tutti biased verso l’alto nel primo periodo dopo l’uscita in sala. Fra un anno o due avrai una stima più attendibile.

    (Quello che ho sempre detto di Spielberg è che, anche nei suoi film migliori, si vede lontano un miglio che vuole arrivare a sottolineare qualche concettone)

  2. Sì, ma finora ha totalizzato quasi sessantamila votanti, che sono tanti rispetto alla media; è stato questo a perplimermi.

    (…e quale sarebbe il concettone a ‘sto giro?)

  3. Non è detto che sia “un” concettone. magari ci sono tanti mini-concettoni disseminati nelle varie scene.

    (Poi io sto film non l’ho visto, quindi è chiaro che parlo a cazzo)

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