Bad dog blues

Non so se sia puro affetto, puro sentimento ferito dalla mancanza e dall’abbandono, o se ci sia anche una sorta di paradossale ‘egoismo nell’altruismo’. Perché in fondo era un qualcosa che quasi mi ‘apparteneva’, perché in tutto quello che avevo fatto per te ci avevo messo me stesso; fino in fondo.

Sono nove anni. Nove anni fa sono tornato dal lavoro e ho sentito abbaiare. Eri tu, eri stata ospitata per una notte o due in attesa che ti si trovasse un alloggio definitivo. Mi ero quasi spaventato per quella polpetta di pelo bianco senza sapere che fossi tu, pensa un po’.
Eri irriverente e scorbutica, come lo sei sempre stata, ma si vedeva che lo facevi perché eri spaventata. Non sapevi di chi fidarti, da chi andare a chiedere cosa, e non sapevi da chi guardarti. Eri un povero ammennicolo ‘programmato’ per dipendere da un padrone e a cui quel padrone era stata tolta di botto, e ora non sapevi più come orizzontarti in una casa di estranei, piena di persone strane con abitudini strane.

Di lì iniziò la battaglia. Era chiaro come il sole che nessuno ti avrebbe voluta. Non eri niente, non valevi un fico secco per nessuno, e a dirla tutta eri un soldo di cacio che non fa nemmeno bene la guardia, ché non ci si può fidare a lasciarti sola con qualcuno per paura che lo sbrani.

Di lì la battaglia —dicevo— per farti avere un qualcosa che potesse assomigliare a una casa.
E quella battaglia è stata un Vietnam spalmato su mesi e mesi di lunghi appostamenti, logoramenti e discorsi snervanti.

Ma cosa glie lo spiego a fare, a questi che leggono: c’era qualcosa nei tuoi occhi sempre tristi che non si poteva tradire.
Non si può spiegare senza correre il rischio di passare per visionari sentimentalisti della domenica, ma non c’è un cazzo da fare: tu avevi capito cosa stavamo facendo. O meglio cosa stavo facendo io, cosa stava facendo mia madre, cosa stavamo facendo ognuno a modo suo; ogni contributo era ben accetto e personalissimo.
Non passava giorno che qualcosa non facesse capire che per te quella casa era diventata la nuova masseria da difendere dagli estranei, che Maretta fosse un belante membro di qualche gregge, che tu dovevi redarguire, far rigar dritto e seguire, perché non si allontanasse troppo o non andasse dove non doveva.
E poi anche papà. Avevi capito che c’era qualcosa che non andava col suo corpo, ma che lui in casa era stato un’eminenza e che per molti versi lo era tutt’ora. Avevi capito al volo che dietro il suo aspetto malandato e il suo carattere sempre meno mondano c’era quello che per te era il perfetto candidato per il ruolo di capobranco. E non avevi mancato di farlo capire, ché quando c’era gente in casa era di fianco ai suoi di piedi che sedevi a far da Cerbero; non ai miei, non a quelli di Delia, non a quelli di mamma, ché quando lui chiamava qualcuno tu puntuale come un maresciallo scattavi in piedi e correvi da noi perché qualcuno andasse da lui.

E pian piano il tuo ruolo in casa te lo sei disegnata. A tratti accaparrandotelo, a tratti infilandotici di sbieco, a tratti facendotici mettere adattandoti. Eri diventata come il vecchio custode del museo, che tiene ancora la vecchia divisa, lo stesso berretto e le stesse chiavi anche se oramai sono passati decenni dall’apertura del salone e le cose sono stravolte, non cambiate; che continua imperterrito nelle sue ronde fatte degli stessi vecchi rituali, degli stessi vecchi percorsi e delle stesse vecchie preoccupazioni ormai desuete. Uno cui si continua a far fare lo stesso lavoro perché non si ha cuore di chiedergli altro e perché ci si rende conto che non riuscirebbe a far altro, visto che oramai è quella la sua vita. 

Non c’erano santi che tenessero, se qualcuno si avvicinava a meno di qualche metro dalla porta tu facevi saltare sulla sedia anche quelli del quarto piano; esplodevi in una sequela di abbai feroci e decisi che non avevano nulla da invidiare alla sirena d’allarme di una contraerea. E quando questo qualcuno suonava il campanello erano climax di abbai che avrebbero allertato anche un morto. E se poi questo velleitario aveva anche l’ardire di entrare in casa perché magari doveva consegnare un pacco, o vendere un aspirapolvere, o magari salutare un vecchio amico, beh, allora faceva bene ad armarsi di un buon fegato per stare nella tua stessa stanza e di un buon cuore per reggere il colpo alle tue soperchierie dispettose.

E la tua paura di rimanere a digiuno? Non te la sei mai levata di dosso e oramai son certo che mai te la leverai.
La seconda notte che hai dormito a casa nostra hai nascosto una coscia di tacchino al forno sotto il cuscino del mio letto; il debole di Maretta per la carne ti faceva troppa paura, e avevi intuito che lasciare quel pezzetto nel piatto sarebbe stato come regalarglielo.
Queste, appresso alle altre, erano cose che facevano morir dalle risate tutti quanti. Eri una macchietta uscita dalla penna di Pirandello. 

È per questo che la battaglia che ho portato per averti in casa è stata una conquista; per me, per te e per tutti gli altri. Ho regalato qualcosa a te ma anche a Delia, a papà e a mamma. Perché vederti farci le feste quando tornavamo a casa anche solo dopo un paio d’ore fuori era un tuffo al cuore che —che glie lo dico a fare, a questi qua che leggono— non si può raccontare.
Ed è per questo che adesso che stai per abbandonare quella casa, ti stai per portare via un pezzetto di famiglia.
E questa volta non lo capirai.
Non capirai perché mamma tra qualche giorno ti porterà a casa di un signore mai visto prima, e dopo qualche minuto se ne andrà senza di te.

Il pensare che tu debba soffrire tutto questo di nuovo senza che ‘stavolta io possa fare niente mi fa tanto male.

Che il sole possa sempre splenderti in faccia,
che l’erba ti possa sempre accarezzare le zampe,
che il vento possa sempre correrti sulla coda.

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