Hustler’s gone

«Sono il più forte che tu abbia mai visto.
Anche se mi batti, resterò sempre il migliore»

Paul Newman, “Lo spaccone”

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“Burn after reading”

[****]

Un rocambolesco susseguirsi di boutades a metà tra il grottesco, lo humor nero e il satirico. Una sorta di “Fargo” portato a braccia in un mondo costellato di personaggi pirandelliani come quello de “Il grande Lebowski”.
Non c’è niente di sofisticato in questo film al di là della recitazione di un gruppo di attori che vestono i panni di un gruppo di idioti patologici; da George Clooney, dozzinale donnaiolo che non riesce a tenere l’uccello nei pantaloni, a Tilda Swinton, perfetta borghesuccia con pezzo di granito che le batte nel petto, a John Malkovic, estraniato e stremato ev’ryman figlio di una generazione di agenti CIA che non ha più ragion d’essere, fino a Brad Pitt, povero e insipido omunculo idolatra della propria vuotezza, e Frances McDormand, la chiave di volta piccolo-borghese di una commedia da antica Roma, quasi un “Satyricon”.

La satira dei Coen è la parabola/iperbole dell’idiozia e dell’avidità umana portata sullo schermo con un costante e nevrotico attaccamento al comico che si potrebbe tranquillamente definire urticante, se non fosse irresistibile e godibilissima. Un gioco delle tre carte dove non si riesce bene a capire se ci si bea dell’umorismo nero e surreale di certe situazioni tra il paranormale e fiabesco, oppure si assiste alla performance degli Epigoni della bassezza e della mediocrità umana portati allo sbaraglio.
Dallo svitato John Goodman di “Barton Fink”, “Big Lebowski” e “Fratello, dove sei?”, a Josh Brolin nell’immenso “No Country for old men”, passando per tutta una carrellata di attori prima imperniati in un Vaudeville sfrontato e quasi vignettistico di personaggi che sono la parodia dell’umanità, passando per tutti i ruoli del mai troppo osannato Turturro e fino alle tre apparizioni di Clooney, i Coens —da bravi ebrei— fanno del cinema sofisticato solo nella misura in cui si permette di essere spocchioso astraendosi dalla mediocrità collettiva sbertucciandola. Uomini apparentemente irreali, eppure così tragicamente speculari di una realtà per la quale i due ebrei di Minneapolis sono convinti che non si possa che ridere di un ghigno agrodolce. E lo pensano indistintamente di ogni categoria sociale e culturale, come dimostrano i loro film ambientati nel midwest innevato di “Fargo”, negli stati del Sud-Est di “Fratello, dove sei?”, tra le terre di confine con il Messico (“No country for old men”), la Costa Occidentale (“Il grande Levbowski”, “Barton Fink”) e gli Stati Desertici (“Raising Arizona”).

Eccentrico e bulimico.

Risotto gorgonzola e noci

Tempo da lupi da ‘ste parti.
No, non nevica né si va manciate di punti sottozero col termometro; è bene entrare nei canoni metereologici locali. È solo che per essere settembre sta facendo freddino, e non c’è sardo con cui non ci scappi una conversazione che contenga anche un improperio sul tempo che è straordinariamente freddo e capriccioso, per essere ancora «tarda estate».
E così è gradita l’occasione per togliere la naftalina a questa ricetta che m’è sempre piaciuta davvero tanto, e che mangerei volentieri un giorno sì e uno no, non fosse che non mettersi a dormire dopo l’ultima forchettata è davvero difficile.

Prendete una patata, una costa di sedano piuttosto grossa, un pomodoro da insalata o un paio da sugo, una zucchina e mezza cipolla bianca. Mettete tutto a bollire in acqua per far brodo per un’oretta almeno. Se vi piace aggiungete anche i gambi di qualche rametto di prezzemolo. Salate con due pugni di sale grosso.
Ora procuratevi un etto circa di gerli di noci secche (o «gherigli», come piace chiamarli da ‘ste parti). Conservatene una metà intera per porzione per adornare il piatto, e tritate grossolanamente i restanti uniti a una manciata di pinoli (ovviamente sgusciati). Usate un pestello di quelli per fare il pesto alla genovese, o altrimenti fate passare tutto al frullino.
Ora tritate uno scalogno di quelli medio-piccoli. aggiungete quattro cucchiai di olio sul fondo di una casseruola o di una pentola e accendete il fuoco (io uso un saltapasta antiaderente, e ora vedrete perché). Quando lo scalogno fa per imbiondirsi gettate a fontana trecentoventi grammi di riso (arborio, carnaloni o vialone nano) e fateli tostare. Tirate la fiamma al massimo e fate girare abbastanza spesso il riso in modo che si tosti nell’olio; se avete la fortuna di avere un saltapasta o una padella antiaderente a pareti curve potete farlo saltare, così da non rovinare il chicco mescolandolo con il cucchiaio. Se vi piace, aggiungete una o due foglioline di salvia tritata molto finemente.
Quando il riso sarà tutto omogeneamente unto dall’olio e avrà tostato per due o tre minuti, bagnare con un bicchiere di vino bianco secco mescolato mescolato con un dito di grappa. Godetevi il magnifico suono che emette il vino mentre evapora nella casseruola e attenti a non svenire per i fumi dell’alcool. Poi mescolate.
Appena il riso fa per asciugarsi aggiungete due mestolate di brodo bollente e aspettate qualche secondo perché si distribuisca per bene in pentola; poi fate saltare per mescolare oppure usate il cucchiaio di legno.
Continuate ad aggiungere un mestolo oppure solo metà ogni volta che il riso s’asciuga troppo, e continuate per un quarto d’ora circa a far cuocere. Non lasciate il riso troppo ‘brodoso’ perché si lesserebbe, e ricordate di mescolare o comunque di far saltare periodicamente, altrimenti se avete una pentola di acciaio si attaccherà tutto sul fondo, con grande sperpero di bestemmie e grida.
A cinque minuti circa dal termine della cottura (fate riferimento al tempo di cottura che riporta il riso sulla confezione), aggiungete i gherli tritati e centocinquanta grammi circa di gorgonzola dolce tagliato a dadini (il mio preferito è il gim; è importante che sia molto morbido e che faccia la proverbiale ‘goccia’). Aggiungete un mestolo di brodo per far sciogliere il formaggio e mescolate delicatamente.
Al termine della cottura controllate la consistenza del chicco assaggiando, e visto che ci siete date una controllatina anche al sale. Se è ancora troppo indietro con la cottura lasciate cuocere ancora per qualche minuto diminuendo leggermente la fiamma; se è dolce aggiungete un pizzico di sale fino.
A cottura ultimata spegnete e coprite con un coperchio.
Lasciate riposare per cinque minuti circa e quindi servite decorando ognuno dei quattro piatti con un ‘gheriglio’ di noce di quelli che avevate conservato.

Non fate affidamento su un secondo. Se le porzioni sono giuste e se non siete appena tornati dalla maratona di New York, questo piatto dovrebbe stendervi.

Pollice alto di PuntoGì.

A July carol

 

«Buongiorno»

«Buongiorno, ma… Non posso credere ai miei occhi!»

«Ci creda, pure, giovanotto, ci creda»

«Lei è… il Presidente della Repubblica»

«Proprio io, già»

«E si è messo in fila proprio al mio sportello!»

«Sa com’è, stamattina passavo di qui… e mi sono detto: perché no?»

«Che onore, ma… non sapevo che avesse un conto qui»

«In effetti, ora che mi ci fa pensare, non ce l’ho»

«Ah. Vorrebbe aprirne uno?»

«No, grazie per l’interessamento, no!»

«E quindi… è interessato a qualche nostro prodotto? Io sono solo un cassiere, forse è meglio se chiamo il direttore di filiale e…»

«No, non lo disturbi. Lei andrà benissimo per quello che mi serve»

«Va bene, allora dica. Cosa posso fare per lei?»

«Dunque, la vede questa borsina? Ecco, vorrei che lei aprisse la cassaforte per me, e la riempisse di banconote di piccolo taglio»

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Brothers in arms

«Maccaroni… maccaroni… questa è robba da carettieri…
io no li magno i maccaroni
 io so’ americano, sono…»

Alberto Sordi, “Un americano a Roma” [cfr. qui]

 

È quasi una parabola da Sacra Bibbia.  Una di quelle storie che un tempo sarebbero finite in un proverbio, o magari in una favoletta di Esopo; quelle cose fatte apposta per insegnare la temperanza, l’umiltà e la modestia. Una di quelle cose che a leggerle sul giornale, un giorno dopo l’altro, mettono seriamente in dubbio la laicità di qualunque persona per bene, tanto sono appunto bibliche.
E invece no: è semplicemente una delle storie della storia del mondo. Praticamente un film di Eastwood. E tra poco sarà una grossa lezione per le facoltà di Economia di tutto il mondo.

Dall’altra parte dell’oceano un grande Golia rovina in ginocchio e poi casca di faccia per terra, seminando il panico e lasciando intorno a sé un fuggi-fuggi di piccoli ex-sostenitori e piaggiatori che ora sono solo galline in fuga mentre la fattoria va in fiamme.
Lehman Brothers dopo una storia ultracentenaria votata a dominare e cavalcare il capitalismo più sfrenato del paese dei sogni per antonomasia, è crollata in preda ai postumi della crisi dei mutui subprime.
L’immagine dei brokers che escono in strada con lo scatolone degli effetti personali tra le mani credo sia l’epitome perfetta di tutta questa storia e non solo. È una (forse involontaria) lezione di cinema ed estetica di una filosofia assolutamente biblica, per quanto è spietata, eppure così armoniosa per quanto è naturale.
Il paese che è una grande Las Vegas ha voluto semplicemtente il suo tributo; non c’è niente di più normale sulla carta, eppure non c’è niente di più difficile da razionalizzare a livello umano. Il paese dove il più scalcagnato dei pezzenti può diventare il più mormorato di tutti i miliardari, il paese dove tra una bella idea e la prospettiva di una vita di rendita ci può essere davvero una pagina di calendario, è anche il paese dove il più strafottente dei miliardari può finire in mezzo a una strada, dove anche la più instancabile e mostruosa macchina sputa-soldi può andare in malora e collassare schiacciata dal suo stesso peso. Un paese che è tanto generoso quando c’è da prendere o guadagnare, quanto inamovibile quando c’è da sborsare o da alzare le mani.
Il paese, appunto, dove prima un premio produzione di fine anno si può misurare anche in trecento sessanta mila dollari a testa, e dove dopo anche l’ultimo stipendio e la liquidazione sono in forse. Dove prima un’azione (parte integrante della busta paga) si vende a non meno di 67 dollari, e dove ora vale a stento un quarto di dollaro.

Eppure, che ci piaccia o no a parole, sulla carta da questa parte dell’oceano la favola ci fa sognare, ci piace e la vogliamo anche noi. Senza capirla, ma la vogliamo.
E quando la ruota gira come ci piace facciamo anche le smorfie da americani, ci facciamo fotografare gongolanti sulla copertina di qualche tabloid, facciamo scoppiare scandali da rotocalco yankee, spalmiamo la nostra esistenza su stili di vita da televisione.
Poi quando le cose vanno male nessuno può fare rinunce. I libri in tribunale non si portano, le partnership estere non si accettano, gli esuberi se solo li nomini è tutto un coro di capelli dritti e quanto a responsabilità non se ne può nemmeno discutere.
Nemmeno in Esopo, appunto.

E così quella che nei nostri sogni di gloria è una pietra filosofale, poi si rivela essere una parabola velocissima; ma per noi non è accettabile, e quindi brancoliamo nel buio caracollando per vent’anni finché non lasciamo tutto al proprio destino senza muovere un dito pur di non accettare il fatto che adesso è il fallimento, il tracollo, la fine.
Tutto quello che bastava fare era prendere provvedimenti tempestivi in merito a un’azienda che sforava in situazioni di insolvenza a ogni pié sospinto. Ma non abbiamo avuto il coraggio di farlo. Mica eravamo «ammaricani».
Tutto quello che bisogna fare ora è essere uomini nell’accettare la sconfitta così come eravamo uomini nel compiacerci beandoci del lusso che proveniva dal nostro rampollo.
Ma qui il coraggio di fare gli «ammaricani» ci manca.

Buon vecchio Albertone. Tu sì che eri un grande.
Ci sbertucciavi come megli si poteva e nemmeno ce ne rendevamo conto…