Brothers in arms

«Maccaroni… maccaroni… questa è robba da carettieri…
io no li magno i maccaroni
 io so’ americano, sono…»

Alberto Sordi, “Un americano a Roma” [cfr. qui]

 

È quasi una parabola da Sacra Bibbia.  Una di quelle storie che un tempo sarebbero finite in un proverbio, o magari in una favoletta di Esopo; quelle cose fatte apposta per insegnare la temperanza, l’umiltà e la modestia. Una di quelle cose che a leggerle sul giornale, un giorno dopo l’altro, mettono seriamente in dubbio la laicità di qualunque persona per bene, tanto sono appunto bibliche.
E invece no: è semplicemente una delle storie della storia del mondo. Praticamente un film di Eastwood. E tra poco sarà una grossa lezione per le facoltà di Economia di tutto il mondo.

Dall’altra parte dell’oceano un grande Golia rovina in ginocchio e poi casca di faccia per terra, seminando il panico e lasciando intorno a sé un fuggi-fuggi di piccoli ex-sostenitori e piaggiatori che ora sono solo galline in fuga mentre la fattoria va in fiamme.
Lehman Brothers dopo una storia ultracentenaria votata a dominare e cavalcare il capitalismo più sfrenato del paese dei sogni per antonomasia, è crollata in preda ai postumi della crisi dei mutui subprime.
L’immagine dei brokers che escono in strada con lo scatolone degli effetti personali tra le mani credo sia l’epitome perfetta di tutta questa storia e non solo. È una (forse involontaria) lezione di cinema ed estetica di una filosofia assolutamente biblica, per quanto è spietata, eppure così armoniosa per quanto è naturale.
Il paese che è una grande Las Vegas ha voluto semplicemtente il suo tributo; non c’è niente di più normale sulla carta, eppure non c’è niente di più difficile da razionalizzare a livello umano. Il paese dove il più scalcagnato dei pezzenti può diventare il più mormorato di tutti i miliardari, il paese dove tra una bella idea e la prospettiva di una vita di rendita ci può essere davvero una pagina di calendario, è anche il paese dove il più strafottente dei miliardari può finire in mezzo a una strada, dove anche la più instancabile e mostruosa macchina sputa-soldi può andare in malora e collassare schiacciata dal suo stesso peso. Un paese che è tanto generoso quando c’è da prendere o guadagnare, quanto inamovibile quando c’è da sborsare o da alzare le mani.
Il paese, appunto, dove prima un premio produzione di fine anno si può misurare anche in trecento sessanta mila dollari a testa, e dove dopo anche l’ultimo stipendio e la liquidazione sono in forse. Dove prima un’azione (parte integrante della busta paga) si vende a non meno di 67 dollari, e dove ora vale a stento un quarto di dollaro.

Eppure, che ci piaccia o no a parole, sulla carta da questa parte dell’oceano la favola ci fa sognare, ci piace e la vogliamo anche noi. Senza capirla, ma la vogliamo.
E quando la ruota gira come ci piace facciamo anche le smorfie da americani, ci facciamo fotografare gongolanti sulla copertina di qualche tabloid, facciamo scoppiare scandali da rotocalco yankee, spalmiamo la nostra esistenza su stili di vita da televisione.
Poi quando le cose vanno male nessuno può fare rinunce. I libri in tribunale non si portano, le partnership estere non si accettano, gli esuberi se solo li nomini è tutto un coro di capelli dritti e quanto a responsabilità non se ne può nemmeno discutere.
Nemmeno in Esopo, appunto.

E così quella che nei nostri sogni di gloria è una pietra filosofale, poi si rivela essere una parabola velocissima; ma per noi non è accettabile, e quindi brancoliamo nel buio caracollando per vent’anni finché non lasciamo tutto al proprio destino senza muovere un dito pur di non accettare il fatto che adesso è il fallimento, il tracollo, la fine.
Tutto quello che bastava fare era prendere provvedimenti tempestivi in merito a un’azienda che sforava in situazioni di insolvenza a ogni pié sospinto. Ma non abbiamo avuto il coraggio di farlo. Mica eravamo «ammaricani».
Tutto quello che bisogna fare ora è essere uomini nell’accettare la sconfitta così come eravamo uomini nel compiacerci beandoci del lusso che proveniva dal nostro rampollo.
Ma qui il coraggio di fare gli «ammaricani» ci manca.

Buon vecchio Albertone. Tu sì che eri un grande.
Ci sbertucciavi come megli si poteva e nemmeno ce ne rendevamo conto… 

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2 thoughts on “Brothers in arms

  1. Beh, come nomi le banche d’affari americane non danno l’impressione di aver sprecato capitali in consulenza sulla comunicazione.
    En passant, mi son sempre chiesto anche se “J. P. Morgan” e “Morgan Stanley” abbiano un fondatore in comune oppure si tratti di banale omonimia…

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