“Burn after reading”

[****]

Un rocambolesco susseguirsi di boutades a metà tra il grottesco, lo humor nero e il satirico. Una sorta di “Fargo” portato a braccia in un mondo costellato di personaggi pirandelliani come quello de “Il grande Lebowski”.
Non c’è niente di sofisticato in questo film al di là della recitazione di un gruppo di attori che vestono i panni di un gruppo di idioti patologici; da George Clooney, dozzinale donnaiolo che non riesce a tenere l’uccello nei pantaloni, a Tilda Swinton, perfetta borghesuccia con pezzo di granito che le batte nel petto, a John Malkovic, estraniato e stremato ev’ryman figlio di una generazione di agenti CIA che non ha più ragion d’essere, fino a Brad Pitt, povero e insipido omunculo idolatra della propria vuotezza, e Frances McDormand, la chiave di volta piccolo-borghese di una commedia da antica Roma, quasi un “Satyricon”.

La satira dei Coen è la parabola/iperbole dell’idiozia e dell’avidità umana portata sullo schermo con un costante e nevrotico attaccamento al comico che si potrebbe tranquillamente definire urticante, se non fosse irresistibile e godibilissima. Un gioco delle tre carte dove non si riesce bene a capire se ci si bea dell’umorismo nero e surreale di certe situazioni tra il paranormale e fiabesco, oppure si assiste alla performance degli Epigoni della bassezza e della mediocrità umana portati allo sbaraglio.
Dallo svitato John Goodman di “Barton Fink”, “Big Lebowski” e “Fratello, dove sei?”, a Josh Brolin nell’immenso “No Country for old men”, passando per tutta una carrellata di attori prima imperniati in un Vaudeville sfrontato e quasi vignettistico di personaggi che sono la parodia dell’umanità, passando per tutti i ruoli del mai troppo osannato Turturro e fino alle tre apparizioni di Clooney, i Coens —da bravi ebrei— fanno del cinema sofisticato solo nella misura in cui si permette di essere spocchioso astraendosi dalla mediocrità collettiva sbertucciandola. Uomini apparentemente irreali, eppure così tragicamente speculari di una realtà per la quale i due ebrei di Minneapolis sono convinti che non si possa che ridere di un ghigno agrodolce. E lo pensano indistintamente di ogni categoria sociale e culturale, come dimostrano i loro film ambientati nel midwest innevato di “Fargo”, negli stati del Sud-Est di “Fratello, dove sei?”, tra le terre di confine con il Messico (“No country for old men”), la Costa Occidentale (“Il grande Levbowski”, “Barton Fink”) e gli Stati Desertici (“Raising Arizona”).

Eccentrico e bulimico.

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7 thoughts on ““Burn after reading”

  1. sinuhe

    je concorde, paragone con il satyricon tirato per le orecchie a parte.

    una sguardo dall’alto del microscopio sulle nevrosi e le manie dell’ordine.

    che, in barba a dittature e totalitarismi, oltre a morte e dolore, producono sempre un nuovo disordine.
    per fortuna.

    impagabile la rassegnazione del capoccia della cia ( l’attore l’ho visto solo in un telefilm sulle carceri americane, ma non era *prison break* ) all’impossibilità di venire a capo di tutta la situazione…

  2. Dai… alcuni personaggi dei film più spiccatamente grotteschi dei Coens sembrano davvero commensali del banchetto di Trimalcione.
    Ok, tu diventi terribilmente bigotto e conservatore quando si parla di letteratura classica, ma non mi sembra tirato per i capelli, come paragone…

    (I discorsi tra il capo della CIA e il suo sottoposto sono così esilaranti, nella loro ambientazione formale e classified, e nei loro personaggi incravattati, da essere probabilmente un film comico nel film…)

  3. sinuhe

    uff…
    e neppure se ti do ragione…

    bigotta e conservatrice sarà la sua gatta, generale!
    io al massimo sarei tradizionalista.

    lo è, tirato per i capelli, lo è.
    dal romanzo picaresco attribuito a Petronio manca qualsiasi forma di nevrosi e isterismo, non ci sono le ansie e le angosce dei personaggi dei Coen, dalla dipendenza chirurgica di Linda all’alcolismo di Ozzie alla sessuomania di Harry!

    ai personaggi del satyricon manca del tutto l’aspetto psicotico del film dei fratelli coen, Trimalcione in fondo era un impiastro tanto cafone quando innocuo, l’atmsfera di Petronio e del tutto giocosa…

  4. Beh, la mia gatta è conservatrice per necessità: ha cominciato a rincoglionirsi prima che esistessero i progressisti, quindi la sua è una scelta obbligata.

    Probabilmente ho mancato di sottolineare che quando ho paragonato la «commedia» al “Satyricon” parlavo del ‘teatro’, non delle ‘maschere’. Delle situazioni, quindi, della comicità di certi comportamenti considerati acriticamente.
    È chiaro che i Coens danno un’introspezione del tutto diversa, ma stiamo anche parlando di due generi distanti anche temporalmente.

  5. nevvero

    Pure io mi sono scervellato per capire dove avessi visto il fantastico Capoc-CIA.
    E’ J.J.Jonah (direttore del Daily Mirror nella saga di Spiderman).

    Appena visto, comunque. Il film, dico.

    L’impressione a caldo è stata “tutta ‘sta baracconata – godibilissima – per niente”, come nel film con Clooney e la Zeta-Jones.

    Poi, a forza di spulciare, un messaggio l’ho trovato: tutti possono sapere tutto di tutti, grazie alle moderne tecnologie.
    Siamo tutti, prossimi ma non “vicini”, siamo connessi 24 h su 24, ma non sappiamo cosa dirci.
    Abbiamo paura gli uni degli altri, siamo paranoici.

    In pratica, abbiamo i pezzi di tutti i puzzle del mondo, potenzialmente. Dati, cifre, informazioni, tutto.
    Non abbiamo, tuttavia, le istruzioni per montarli.
    Nemmeno la CIA, che si limita ad “andare per tentativi” ed eliminare i cadaveri alla fine.

    Magari prima o poi scrivo qualcosa sul tema, se ho un po’ di tempo.

  6. sinuhe

    il senso che avevo trovato io era un po’ diverso.
    l’ansia per il controllo totale, la programmazione e una società organizzata – in modo occulto – à la matrix è una forma di isteria moderna. i pezzi ci sono tutti, ma non mancano le istruzioni, non c’è un disegno è tutto casuale.

    e l’isteria sta nel volerlo trovare per forza, adattando i pezzi a formare un mosaico che finisce per essere un patchwork in stile picasso.

    una sorta di sindrome da codice da vinci…

    ( l’ho visto in una serie che andava tardi su italia 1, credo, ma c’è stata per poco, ambientata tra prigione e polizia carceraria, ma non era nè *the shield* nè *prison break* )

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