Deep purple

In questa spumeggiante maretta mediatica pre-quattro Novembre, tra una bombarda da trafiletto e un obice da editoriale, c’è qualcosa di miliare, anzi di tombale che a gran torto è passato in secondo piano.
Tra un disperato McCain, che finite le cartucce spara i mortaretti, e che —prossimi alla fine anche questi— usa come miccette i Tampax della Palin; tra i botta-e-risposta tra Gelmini e studenti, dove la Gelmini ripete come un orologio a cucù che non tratta con questa «sporca feccia ribelle» [cit.], e dove gli studenti hanno troppo THC in corpo per rispondere qualcosa di diverso da «non si può tagliare fondi dall’unica cosa che ci procura un futuro»; tra un disperato che s’è fatto venire un’ulcera perforante pur di rimanere quanto più possibile su un’isola dell’Africa del Sud a farsi riprendere dalle telecamere della televisione di Stato italiana; tra le pettorute giulive che marciano a passo dell’oca sulle prime pagine dei quotidiani online, i quali poi spaginano pur di mostrare i nuovi fiammanti calendari del 2009 delle suddette; tra le fiammeggianti notizie che divampano fuori dall’aula di un tribunale su un processo per omicidio che nessuno capisce che cazzo abbia in più di tutti gli altri da secoli a questa parte; e tra qualche notizia di sicuro calibro scientifico che ci rassicura sul fatto che se una volta, da piccoli, abbiamo pensato anche solo per un istante a una cosa diversa da tutti i nostri coetanei era perché c’è un qualche cazzo di filamento di DNA che aveva predeterminato questa nostra discrepanza dalla massa; dicevo, in mezzo a tutto questo Can Can di ruggenti esemplari di giornalismo da Web 2.0, c’è sfuggito di un grande uomo che ha lasciato questo piccolo mondo.

Niente di che. Solo uno che, tra l’altro, ha segnato una tappa fondamentale nella crescita cinematografica e sentimentale del sottoscritto.

 

 

Fascists overdressed

«Maroni […] dovrebbe ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. […] Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri […] nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano […], soprattutto i docenti […] non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. […] Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!»

Francesco Cossiga in un’intervista al “QN”