“WALL·E”

«La vita non è una tragedia in primo piano,
ma una commedia in campo lungo»

Charlie Chaplin

 

[****1/2]

«Cosa succederebbe se il genere umano dovesse abbandonare la terra e qualcuno dimenticasse di spegnere l’ultimo robot?».
WALL·E è un Robert Neville tratteggiato come fosse il vagabondo Charlot di Chaplin, che vive nella candida ignoranza di ciò che lo circonda, di ciò che è successo e di ciò che andrà a fare di lì a poco. La scelta di relegare alla pantomima tutta la prima parte del film è un elogio senza mezzi termini al cinema muto, uno stratagemma da grande cinema per offrire allo spettatore il gusto incontaminato dei piccooli particolari: dai i cingoli di WALL·E che macinano il terriccio, allo zampettio di uno dei side heroes più coraggiosi della storia del cinema (una blatta!), ai piccoli rumori che emette il pianeta silenzioso su cui viene abbandonato il piccolo automa.
WALL·E raccoglie la spazzatura come Chaplin la raccoglieva in “Luci della Città” per pagare l’intervento agli occhi della donna di cui innamorato. WALL·E vive in uno stanzone-magazzino rimodernato a bettola da una costellazione di foto, cimeli, avanzi e ricordi proprio come il clochard più famoso del cinema. WALL·E è talmente innocente da diventare eroe di tutta una stirpe senza volerlo, solo mosso dal proprio cuore nei confronti di un solo essere. Proprio come l’omino con la bombetta.  

Tutto, in “WALL·E” è decontaminazione dall’evoluzione novecentesca del cinema post-Chaplin per tornare alla dimensione fiabesca, quasi lirica dell’immagine in movimento, che fa scattare il riso agrodolce, che impegna con un piccolissimo guizzo nell’espressione del volto, che rende eroi degli improbabili e villains degli insospettabili.

Quello che è diventata la Pixar sotto il profilo squisitamente tecnico della ripresa, del montaggio e della resa su pellicola dell’animazione digitale ormai non spetta più a nessuno dirlo per la prima volta. Quello che colpisce e gratifica è che la tecnologia portata a fondo corsa ha mantenuto il suo ruolo di proverbiale ‘mezzo’ senza cadere nella tentazione del ‘fine’.
E se la scienza della possibilità sulla resa visiva ha rasentato la perfezione, la ricerca dell’emozione ha dovuto fare un balzo indietro, spogliandosi di ogni intermediario e affidando alla semplicità e alla non-pretenziosità il proprio meccanismo a effetto.

Distaccandosi coraggiosamente da ogni tendenza, non si può dire che si sia scelta la strada meno battuta tout court, ma almeno la meno battuta negli ultimi anni a Hollywood.
Senza fare troppo rumore, e senza pretendere attenzioni. 

Il cinema che fa ridere, il cinema che fa sorridere, il cinema che commuove e il cinema che fa arrabbiare. Senza muovere rimproveri, senza smuovere dettami, senza coinvolgere giustificazioni assurde e senza lasciare niente di più di una piacevole sensazione in bocca.
Niente ramanzina — a parte quella ambientalista, ma qui chiniamo tutti la testa di buon grado.

Solo un unanime consenso nel diventare di nuovo bambini per quasi due ore.

Magistrale.

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