“the Changeling”

immpg1-1«I used to tell Walter “Never start a fight…
but always finish it”. I didn’t start this fight,
but by God, I’m going to finish it!»

Christine Collins

 

[*****]

Se il Vecchio Leone ha impiegato circa vent’anni di carriera da regista per sviscerare il suo punto di vista critico, spassionato e crudele sull’umanità, sui suoi sentimenti e sulle sue storie, adesso sente la necessità di far capire ancora più a fondo che quello di cui parla non è un mondo a parte, una bolla isolata pessimistica con un perenne magone in gola; c’è qualcosa che prescinde totalmente, anzi rinnega l’aspetto tecnico e artistico in senso stretto, nel suo modo di mettere su pellicola le immagini, le sequenze e i personaggi.

Che  film è questo? Un film di Eastwood, parrebbe, come sono i suoi film da tantissimo tempo ormai. Ma stavolta c’è anche qualcos’altro.

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In tutti i suoi film, la narrazione è ellittica, orbita tra il fuoco della perdita e quello della rinascita, distribuendo frammenti di storia all’uno e all’altro.

La perdita, prima di tutto; quella pietra filosofale che trasforma qualunque storia lui tocchi in caratteristico. Quel sentimento che dà vita ai suoi personaggi rendendoli umani, che trasforma i protagonisti in piccoli eroi senza impresa, che accorcia fino ad annullarlo lo spazio tra la poltrona e lo schermo. A sperimentarla sono sempre dei piccoli esemplari di essere umano che puoi trovare agli angoli delle strade, nelle bettole di Los Angeles, nelle campagne del countryside, e tra i relitti di una società che ha occhi solo per i nati vincenti. Ragazze madri che lottano per il proprio brandello di famiglia adesso, così come piccole glorie senza speranza in potenza in “Million Dollar Baby”, persone che tutti hanno bisogno di vedere come speciali, ma che in realtà hanno nel petto il cuore di un ragazzo qualunque come in “Flags of Our Fathers” e “Letters from Iwo Jima”, uomini che hanno subito un torto, e cui la vita sembra voler rimarcare l’assurdità di un concetto come il kharma come ‘ricompensa’ per i travagli passati, “Mystic River”  docet.
picture-2E poi c’è la rinascita.
In MDB è il povero scemo del villaggio Danger Branch, che a film quasi finito torna da Morgan Freeman e gli confessa che aveva ragione: chiunque può perdere l’incontro. Ne “I Ponty di Madison County” è la figlia di una meravigliosa Meryl Streep che leggendo il diario di sua madre riesce a trovare la forza di metter fine al quel rottame ambulante che era il suo matrimonio. In “Mystic River” è Kevin Bacon che finalmente parla al telefono con sua moglie. Ovunque, nei suoi film, Eastwood sembra distruggere la speranza come un fuoco che distrugge un campo, e poi lascia qualche inquadratura per i piccoli ramoscelli che nascono dalle ceneri in mezzo a un paesaggio tormentato. Una sorta di omaggio implicito al ciclo vitale che tutto pervade e tutto domina.

Ma qui c’è qualcosa di più; un’altro penny nel pot di una partita a Texas Hold’em giocata con un cinema in cui le carte le ha lui, e non c’è bisogno di bluffare. In “Changeling” la perdita è enorme, sofferta e straziante; piena di falsi allarmi, brandelli di speranza e rammendi per aggiustare una storia e rendela sempre più tremenda, sempre più umana. Ma la rinascita, se possibile, è persino maestosa.
picture-3Il potere, che da privilegio per pochi affinché sia servo dei molti si trasforma in arroganza, è una metafora lunga e penetrante che non può e non deve passare inosservata in un momento storico come è quello che adesso l’America del regista sta attraversando, e lo è ancor meno la prospettiva della rinascita, del guardarsi indietro, del rendersi conto degli errori fatti e di decidere che è tempo di cambiamento. E se la Los Angeles del 1928, a un passo dalla Grande Depressione, sembra il tappeto verde perfetto per una favola verista come quella raccontata, non da meno lo sono le persone che fanno questa storia: dalla Christine Collins, personaggio femminile perfettamente Eastwoodiano, fino al reverendo battista Briegleb, passando per il detective Lester Ybarra.
Una sorta di prova del nove, quindi; non più cinema con storie di finzione che assomigliano terribilmente alla vita reale, ma una storia di vita vissuta che assomiglia terribilmente, anzi collima perfettamente con il suo cinema.

Un’altra prova assolutamente immensa; un altro esempio di cinema struggente ed elegante, disilluso, scarno e fatto dagli uomini per gli uomini, in una terra dove non c’è posto per Dio.

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6 thoughts on ““the Changeling”

  1. Oh, per me è sempre godibile leggere le recensioni generalizie, sebbene molto diverse siano le corde sensibili mie rispetto alle sue, in fatto di cinema.

    (Quando hai tempo, la scrivi una recensioncella di Gunny, anche breve? Lo conosci, questo vecchio film di Eastwood?)

  2. Ah, l’hai visto “the Changeling”?

    (“Gunny” mi piacicchia, è del periodo intermedio di Eastwood, quando non era ancora un feroce verista da sfondamento come ora. Perché ti interessa sapere che ne penso?)

  3. .G

    “Gunny” il sergente d’acciaio che ha fatto la guerra in Corea ma è odiato da tutti per i suoi metodi duri. Richiamato in servizio per trasformare dei marines fannulloni in “veri uomni”.
    L’ho visto al cinema nel lontano 1986: è la solita storia, troppo lunga e poco credibile, di un militare americano. Per non parlare delle inquadrature: Eastwood in tutte le posizioni.
    Un insulto al buon cinema.

  4. Volevo scrivere due cose, ma ho solo il tempo di rompere le palle come al solito e farti notare che il film non si chiama the Changeling in nessuna lingua :o

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