“Gran Torino”

imm-4«Ever notice how you come across somebody
once in a while you shouldn’t have messed with?
That’s me»

[****]

«Another top-notch, Clint Eastwood film that entertains and teaches» recita la «migliore recensione» (votata dai lettori) di IMDB. E non si può dire che non sia vero.
Ma è vero anche quello che dicono altri, che questo è il film di Eastwood stilisticamente più ‘peccaminoso’ degli ultimi anni, e forse è vero che a tratti fa capolino una qualche forzatura che fa sembrare la firma quella di un falsario piuttosto che del Vecchio Leone, ma è la ‘simpatia’ (in senso etimologico) dell’uomo dietro la cinepresa che ha sfalsato la prospettiva.

Anche quell’omaccione secco e rude, salito alla ribalta come lo straniero col sigaro in bocca e il poncho sulle spalle negli spaghetti western di Sergio Leone, o come il fascistello ispettore Callahan delle produzioni ambientate nella San Francisco anni ’60, sente il peso di un’attualità che non può lasciare tiepidi nemmeno i più intransigenti asociali. E a maggior ragione dopo un passato cinematografico sofferto e costellato di tematiche poco polite e consuete, Eastwood mette su pellicola forse la sua più schiacciante allegoria. Talmente sentita, necessaria, quasi impellente da premere dietro lo schermo prevaricando la garbatezza e l’elegante fotografia delle sue produzioni contemporanee.

Eastwood decide di interpretare in prima persona non un uomo, non una classe sociale ma una nazione intera, che mai come in questo momento si sente vittima delle proprie decisioni e scossa non solo dal peso del proprio passato, ma da una catena di eventi di cui si scopre peccatrice originale. Il senso delle sue scelte stilistiche appare chiaro e chiude il cerchio quando Sue (bravissima Ashney Her) rientra barcollando a casa sotto gli occhi atterriti della sua famiglia e di Kowalsky/Eastwood, impietrito e inerme di fronte alle due torri colpite e in fiamme.
E la sua rabbia, il suo rancore, il suo odio, la certezza serpeggiante di essere lui che nel goffo, militaresco tentativo di ristabilire l’equilibrio e la giustizia, ha indotto una catena di eventi che ha finito per menar colpi non su di lui, ma su chi —inaspettatamente— gli è tanto più vicino quanto era più convinto fosse estraneo, diverso, fino «barbarian», come non ha timore di dire quando li vede assorti nelle loro pratiche nel giardino dirimpetto la casa.

Niente penitenza del razzista, niente multiculturalità da polpettone buonista, niente antimilitarismo da manifestazione in piazza. “Gran Torino” sembra stilisticamente tanto il più umile film della produzione recente della Malpaso, quanto quello che è disposto a tutto pur di non fermarsi a metà del guado.
Soffre di solitudine come il protagonista in un quartiere che oramai non appartiene più a «gente come lui». Si porta appresso le cicatrici e i fantasmi di una guerra che gli ha insegnato cos’è la morte, ma anche —inaspettatamente— cos’è la vita. A lunga distanza, senza fretta, dopo recalcitrante ostinazione fa di lui un uomo di pace, e gli permette anzi di dare la giustizia in un modo profondamente diverso e contronatura rispetto a quello che aveva appreso e sperimentato.

Forse fatto troppo in fretta, forse poco curato per non rubar spazio all’immenso “Changeling”, o forse semplicemente impossibile da fare altrimenti, “Gran Torino” sembra macchinoso e a tratti retorico se si rimane impigliati nel canovaccio critico del film da coupon sul razzismo, la guerra e i valori dell’america del dopoguerra.
Tacciato di razzismo dai soliti quattro tromboni impalandranati e col telecomando in mano che non si sono presi la briga di notare che gli Hmong del film sono eterogenei esattamente come il resto dell’umanità che li circonda, con tanti saluti al buonismo da integrazione hippie o alla puzza sotto il naso dei revisionisti da poltrona in mogano.
Lascia l’amaro in bocca finché non scende in gola.
Poi riscalda come il buon whiskey invecchiato. 

Gazillionaire

Israele concede la tregua e immediatamente cinque razzi partiti da Gaza colpiscono Tel-Aviv. «Scusate —è il commento di Hamas— ma lo sapete che noi ai bersagli inermi proprio non sappiamo resistere…»

Studio inglese: la soddisfazione sessuale delle donne più facile con un conto in banca solido. E anche per quest’anno il Nobel è assegnato.

La madre di una concorrente del Grande Fratello: «Mia figlia faceva la cubista?! Ora capisco come si è pagata l’operazione al seno!». Allertata un’unità coronarica in vista delle imminenti rivelazioni sugli attici a Manhattan della concorrente.

Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha dichiarato: «in questi giorni il popolo palestinese ha riportato una grande vittoria». Secondo gli analisti del Pentagono si riferiva al problema della sovrappopolazione della striscia di Gaza.

Karl Rove, ideologo del Partito Repubblicano e «cervello» della oramai ex-amministrazione americana, dichiara che la crisi attuale è una «montatura del “New York Times” e degli altri media progressisti per favorire Obama e poter continuare a dire che è tutta colpa del governo uscente». Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi depositano querela per violazione del copyright sulle opere d’arte.

La NASA: «su marte ingenti depositi di metano e altri gas naturali». Putin all’Euro: «ve l’avevo detto che il mio non era un monopolio».

“Seven Pounds”

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Dolor ‘e culu, direbbero da queste parti.
È provare a vedere un regista italiano molto mediocre che usa degli attori, delle scenografie e una forma visiva (usata male) di cinema americano per riprodurre delle morali e dei concetti che trasudano buonismo e cattolicesimo da tutte le parti. Redenzione, senso di colpa ed espiazione come le si insegna a catechismo.
Lasciando il pubblico e la critica americani attoniti di fronte a una storia melensa, finto-struggente e retorica fino all’urticante, oltre che prevedibile.
Praticamente cinema italiano di bassissima qualità, finanziato con i soldi delle majors americane.
Incomprensibile. 

Uno dei film più sopravvalutati e deludenti degli ultimi anni.

Quel ponte sul fiume Tevere

Berlusconi: «Non vado alla cerimonia. Non sono una comparsa, sono un protagonista e un ispiratore». Rimane il dubbio che parlasse della mancata candidatura di “Gomorra”, e non dell’insediamento del presidente in pectore Barack Obama.

Calcio: in Brasile usato il Viagra per ottenere migliori risultati in campo. La FIA: «Scorretto: in campo distrarre gli avversari o intimidirli non è lecito».

Esce il nuovo libro di ispirazione autobiografica di Mara Carfagna “Donne di destra”. Alla presentazione l’autrice si confessa: «Non sono mai stata mancina: è solo uno stratagemma per durare di più».

I rabbini: «Con Ratzinger cancellati cinquant’anni di dialogo tra Madre Chiesa ed Ebraismo». Laconica la risposta del Santo Padre: «Quale dialogo?».

Partenza disastrosa per la nuova Alitalia: proteste, ritardi e voli cancellati. «Banalissimi contrattempi: nulla di preoccupante» rassicura Colaninno. In serata arriva anche il suo commento sulla crisi in Medio Oriente: «solo una focosa divergenza di opinioni».

La Lega torna alla carica sulle tasse per il permesso di soggiorno agli immigrati; Berlusconi: «Non se ne parla: per noi inaccettabile. Maroni impari ad ingoiare la realtà dei fatti». Immediata la reazione del ministro Carfagna: «Non cederò mai il mio dicastero alla Lega!».

Proselitismi

Incontro, ieri sera a Washington, tra i tre ex-presidenti Bush sr., Bill Clinton e Jimmy Carter, il presidente uscente Bush jr. e il presidente eletto Barack Obama. Momenti di imbarazzo quando Bush padre, appena entrato, ha rovesciato il suo impermeabile tra le braccia del presidente eletto chiedendogli un bicchiere di bourbon con ghiaccio.

Stop agli approvvigionamenti di gas attraverso Kiev. In serata la soluzione delle trattative e la notizia del ripristino delle forniture arriva proprio al momento giusto: Berlusconi in conferenza stampa stava per alzare la gamba destra per annunciare col sorriso sulle labbra che aveva una soluzione pronta.

Emergenza neve al Nord. Forti disagi per i trasporti pubblici e gli areoporti; cancellati numerosi voli e molti altri in ritardo. Il sindaco Moratti: «avevamo finito il sale».
(Non affannatevi a cercar altro: era quella la battuta)

Studio israeliano dimostra che i pesci hanno una memoria eccezionale: ricordano anche avvenimenti risalenti fino a 5 mesi prima. Immediata la rappresaglia di Hamas: bombardati due laghi e la costa libanese; si stimano un milione di pesci morti.

Cannavaro: «Mai detto che “Gomorra” faccia del male; ho visto il film e le figure del libro. Ci sono ancora molte persone oneste qui: per questo abbiamo ancora molto lavoro da fare prima di dire che il racconto di Saviano sia credibile».