Through the looking grass

Uno stato a maggioranza cattolica nelle mani di un leader populista e xenofobo che basa la propria linea politica e la propria leva sull’elettorato sulla demonizzazione della scialba e almeno altrettanto inetta fazione politica che ha rimpiazzato. Che millanta un consenso da plebiscito, negando fino l’evidenza delle proprie manovre amministrative e usando ogni mezzo a propria disposizione per imbavagliare stampa e televisione che non lo appoggiano continuando a denunciare i soprusi dei suoi funzionari e la corruzione dei suoi gerarchi.

In merito alla faccenda “il Giornale” parla di «dittatura», «colpo di stato» e opinione internazionale che «non dovrebbe starsene lì a guardare con le mani in mano».

Facile sorprendersi; si sta parlando dell’Honduras.

Sometimes he comes back

Napolitano come carica istituzionale e massimo garante per la Repubblica Italiana è il coronamento di una metafora agghiacciante. Di tanto in tanto sembra sia colto da un sussulto che gli manda in fibrillazione ritmo cardiaco, ossigenazione ed elettroencefalogramma, e lo si vede parlare di «violenza raccapricciante nei confronti delle donne», di «princìpi insindacabili della democrazia» e di «libertà che non possono essere calpestate» come se fosse un allarme dell’ultim’ora, come se gli fossero arrivate improvvisamente agli occhi le soperchierie di cui l’Italia è palcoscenico da settimane, mesi e anni.
Sembra una favola orwelliana: il padrone dorme, e quando non dorme non sente, non vede e non parla; gli animali si dividono tra uguali e più uguali degli altri, lo sbigottimento riesce a renderlo su carta solo chi nella fattoria non c’è, e da un momento all’altro si spera di svegliarsi di soprassalto e scoprire di essersi addormentati leggendo.

“Apocalypse Now”

imm«I worry that my son might not understand
what I’ve tried to be. And if I were to be killed, Willard,
I would want someone to go to my home
and tell my son everything. Everything I did,
everything you saw, because there’s nothing
that I detest more than the stench of lies»

Colonel Walter E. Kurtz

[*****]

Il film è tutto lì: nei dialoghi —anzi nei monologhi— dissacranti tra Kurtz e Willard alla fine del fiume.

Passano quasi due ore mentre Coppola descrive una discesa per il fiume dantesca, con un protagonista/antagonista scortato da un Caronte un po’ improprio. E in queste due ore il regista sembra tirare disperatamente una coperta per cercare di quadrare il cerchio su una definizione di «guerra» che faccia pian piano il punto sulla sua concezione, ma che ritratta di continuo fino al finale, in alcuni punti quasi fosse una dimostrazione per assurdo. E sembra quasi divertirsi da entomologo passando la telecamera intorno al suo soggetto cercando di scorgerne nature diverse da prospettive diverse provandone un senso di disperazione divertito e isterico.
In apertura il film è struggente dramma umano; la guerra è Willard gettato e abbandonato a sentire il fetore della carcassa della sua anima, torturato su un letto che non gli darà mai riposo dai suoi tormenti e spinto a cercare la liberazione sul fondo di una bottiglia di whiskey.
Poi la guerra è strategia militare, quando i mammasantissima dell’esercito americano convocano Willard a una improvvisata riunione in un miserando quartier generale dei servizi segreti di guerra.
Poi la guerra scivola via via verso il grottesco, il gotico e lo humor nero; ed è Kilgore. Il Robert Duvall che sfrega la capocchia di fiammifero del sarcasmo sulla carta vetrata del cinismo più feroce, spessa e corrosiva come solo in un film di guerra si può vedere. E disseminando il suo percorso di frasi da antologia («Charlie don’t surf!») staglia all’orizzonte una figura da macchietta che strappa violentemente col tono irrequieto e depresso, sentenziando tronfio di sé quell’«adoro l’odore del Napalm di mattina… ha il profumo della vittoria!»
Poi la rassegnazione. La tigre nella giungla, la chiatta di agricoltori sventrata da una raffica partita per errore, lo spettacolo denigrante delle pin-up date in pasto a un’arena di legionari affamati e l’avamposto abbozzato a mo’ di Grand Guignol disperso ai confini della terra di Kurtz. Una carrellata di episodi danteschi che abbozzano di fronte a uno spettacolo che prescinde dalla volontà umana e che si limita a constatarne la natura.

Poi infine arriva la chiarezza.
E Coppola ti ci accompagna per mano, una stanza dopo l’altra quasi volesse farti ragionare anche per esclusione.

Il film è tutto lì, in quella magistrale fotografia di Vittorio Stotaro che passa uno a uno i filtri di colore sull’obbiettivo. Blu, durante una notte buia, spenta e senza calore; poi giallo come l’acido che corrode il panorama e le speranze dello spettatore, e rosso come uno spoiler che cattura l’attenzione in dirittura d’arrivo.

In un un arco che prima cresce e poi torna a scemare velocemente verso lo schianto, Coppola si diverte a cambiare le distanze tra lo spettatore e il tessuto su cui si proietta la pellicola, provando a estraniarlo, a colpirlo duramente, soffocarlo di violenza, a lasciarlo basito, a fargli provare il distacco cinico e persino a farlo ridacchiare divertito.
“Apocalypse Now” è il mito della caverna di Platone alla rovescia: l’uomo fuori dal Vietnam vive dentro la grotta, e l’uomo dentro il Vietnam è quello che dall’esterno della grotta proietta le ombre che danno all’uomo incatenato l’illusione della realtà.

Dice bene, anzi benissimo Giovanni Grazzini: «[…]“Apocalypse Now” adombra episodi realmente accaduti in Vietnam, ma non è un film che storicizzi quella guerra». “Apocalypse Now” è un film di guerra solo nella misura in cui è l’Uomo, non degli uomini che fanno la guerra. Di più: “Apocalypse Now”, al netto di ogni considerazione accessoria su ognuno dei tre finali che ha girato e che ha proposto con continua esitazione Coppola, è un film in cui l’Uomo è indiscutibilmente il vero orrore. Non l’uomo american/imperialista, come vogliono le mai troppo moribonde fiammate di pacifismo hippie, non l’uomo occidentale, non l’uomo industrializzato e nemmeno l’uomo senza sentimenti.
L’‘uomo e basta’ strappa le sue due ore di assoluta franchezza con se stesso e con la propria immagine riflessa allo specchio in questo film che stride con tutto quello che era la cultura, la pop-art e la concezione cinematografica negli anni ’60, ’70 e ’80. Se in qualcosa è stato realmente magistrale Coppola con questo film, non è né la comunque ottima prova registica in sé per sé né l’aver collezionato una squadra di assoluti fuoriclasse, ma quello di aver saputo suonare una nota stonata da tutta la sinfonia in cui la si è incastonata, eppure così febbrilmente genuina e sincera al punto di riuscire a non essere inappropriata e neppure diversa per maniera.

Nietzsche diceva che l’uomo è un cavo teso tra il Superuomo e la Bestia. Il Kurtz di Coppola semplicemente stringe fino a far collimare i due cigli del crepaccio e regala un tratteggio dell’umano che è talmente reale da sembrare inverosimile agli occhi di uno spettatore che ha un disperato bisogno di credere che nella nefandezza, nel perdersi e nell’ «orrore» di cui parla Kurtz nei suoi nastri non c’è niente di umano.