“Inglourious Basterds”

inglourious-basterds-poster1«We’re giving you something you can’t take off…»

— lt. Aldo Raine

[****½]

“Inglourious Basterds” mette Brian Synger a tappeto alla prima ripresa.

Se il cinema di Tarantino è riuscito a diventare caratteristico, lo deve al suo approccio esteta senza contaminazioni e nel suo significato più etimologico, ossia veicolato esclusivamente attraverso i sensi e facendo coincidere significante e significato. I suoi personaggi, i suoi dialoghi, le sue situazioni, le sue citazioni, le sue tecniche narrative stesse sono apprezzabili proprio perché irreali, e di questa lontananza dal vero si gode e basta, senza preoccupazione e accontentandosi della definizione di «fumetto». Se non ci fosse la distanza enorme che Tarantino mette tra la poltrona dello spettatore e il telo di proiezione, se lo spettatore anziché rimanere innamorato di quelle icone plastiche che sono i suoi personaggi si immedesimasse in loro mostrando simpatia —ovvero vicinanza dei sentimenti— si accorcerebbe d’improvviso questo spazio vitale e si romperebbe il delicato incantesimo.

“Inglourious Basterds” muove in direzione ostinata e contraria rispetto al cinema ‘d’autore’ americano, e fregiandosi la casacca con il colossale fallimento del suo predecessore “Deathproof”, fa di sé quanto di più distante si possa concepire dal verismo, rimarcando quasi ostinatamente i dieci comandamenti del cinema di Tarantino. Nel suo runtime “Inglourious Basterds” è una carrellata di esperienze cinematografiche del regista, come la vita che si dice scorra davanti agli occhi prima di morire, da Sergio Leone ai kung-fu movies d’estremo oriente, passando per il cinema del Belpaese anni ’70 e strizzando l’occhio al cinéma post bellico d’oltralpe.
Come una slavina che travolge tutto ciò che attraversa facendolo parte di sé, Tarantino arriva a valle con un film che spazia dallo Spaghetti Western del monologo d’apertura, passando per le inquadrature goderecce grondanti violenza dell’esecuzione del colonnello nazista, via via verso l’organizzazione dell’attentato e il finale in un crescendo rossiniano. Fare un elenco di tutte le citazioni, i luoghi letterari, le scatole cinesi, i piccoli feticci i grandi omaggi —perfino autocitandosi!— con cui costella la sua sceneggiatura sarebbe pura scolastica. La metrica di Tarantino scandisce ogni singola scena rendendola bella anche per il solo fatto di essere un tassello in una galleria («Ars gratia artis»), senza il più pallido intermezzo morale, senza lo zampino del biasimo e disegnando un mondo popolato da Supermen costretti a vestirsi da Clark Kent [cfr. “Kill Bill”]. In un delirio di erotismo fetish per la pop art e il suo simbolismo autoreferenziale, è il percorso stilistico di una vita racchiuso in due ore e venti.

Felicemente immorale, scanzonato e dichiaratamente inconcludente, questo film è per Tarantino come l’ultima svastica scolpita nell’ultima scena di tutto il film è per Brad Pitt; parole sue, e io concordo in pieno. Forse ne avrà fatti di «più leggendari», forse sono altri ad essermi piaciuti di più e forse non è questo quello a cui dovrà il suo maggior riscontro di pubblico e critica, ma questo è quello in cui riesce a strillare a due polmoni il suo cinema.

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