Don’t think twice, it’s allright…

«Il negro da cortile viveva insieme col padrone, lo vestivano bene, e gli davano da mangiare del cibo buono, quello che restava nel piatto del padrone. Dormiva in soffitta o in cantina, ma era sempre vicino al padrone e lo amava molto di più di quanto il padrone amasse se stesso. Questi negri da corti le avrebbero dato la vita per salvare la casa del padrone, prima ancora di quanto non lo avrebbe fatto lui stesso. Se il padrone diceva: “Abbiamo proprio una bella casa”, il negro da cortile rispondeva subito: “Sicuro, abbiamo proprio una bella casa”.
Ogni volta che il padrone diceva “noi”, anche lui diceva “noi”. Da ciò si riconosce il negro da cortile. Se la casa del padrone andava in fiamme, quel negro si dava da fare più dello stesso proprietario per spengere l’incendio e se quello si ammalava, lui gli diceva: “Cosa c’è, padrone, siamo malati?”. […] Si identificava col suo padrone più di quanto questi non s’identificasse con se stesso; e se qualcuno fosse andato da lui a dirgli: “Andiamo via! Scappiamo! Separiamoci!”, il negro da cortile lo avrebbe guardato in faccia e avrebbe detto: “Amico, ma tu sei pazzo! Ma che vuol dire separarsi? Ma dov’è una casa meglio di questa? Ma dove li trovo dei vestiti migliori di questi e del cibo meglio di questo?!”. Ecco com’era il negro da cortile. A quei tempi era chiamato house nigger.
Del resto li chiamiamo cosi anche oggi, visto che abbiamo ancora fra i piedi parecchi di questi niggers da cortile. La versione moderna di questo servo ama il suo padrone e vuole vivere vicino a lui. Pur di fare ciò è disposto a pagare affitti tre volte superiori per poi andare in giro a vantarsi: “Sono l’unico negro qui!”, “Sono l’unico negro in questo settore”, “Sono l’unico negro in questa scuola”.
Ma se non sei altro che un negro da cortile!»

Malcolm X, Detroit 10 Novembre 1963

[Nella foto: manifestazione del PdL a Roma, 20/03/2010]

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