“the Departures”

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Forse la cosa più bella di questo film è che arriva inaspettato. Mantiene a strascico un profilo basso, lasciandosi andare a qualche piccolo luogo comune da commedia degli equivoci, indugiando su particolari che vogliono fuorviare ed entrando nel vivo con discrezione, garbo e pacatezza. Difficilmente si riesce a farsi trovare preparati mentre si costruiscono una per una tutte le premesse per una sorta di sillogismo sentimentale che vuole dare alla connotazione occidentale una prospettiva molto eterodossa, eppure al tempo stesso conservatrice in senso storico, di un tema vecchio come l’uomo come lo è la morte.

Lo sviscerare di una paura talmente trasversale da essere stata definita persino «blasonata» strizza l’occhio alla concezione intimista e sentimentale del cinema europeo e alla storia composta e dinamica tipica del cinema d’oltreoceano, pur prendendo le distanze dalla decadenza del primo e dai virtuosismi di macchina e dalle fotografie da Nationa Geographic del secondo, e lascia agli occhi dello spettatore occidentale —per il quale questo film sembra essere fatto— una descrizione rigorosa ma emotiva del rituale della necrocosmesi come rituale concepito per la morte ma ‘ricamato’ sulla vita.

Forse uno dei film che meglio interpreta l’imprescindibilità di due aspetti, un tempo considerati complementari e mutualmente esclusivi, come la vita e la morte.
Meritatissimo Oscar nel 2009 come miglior film straniero.