King is dead, long live the king!

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Riley B. King (September 16, 1925 Itta Bena, Mississippi — May 14, 2015 Las Vegas, Nevada)

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Deep purple

In questa spumeggiante maretta mediatica pre-quattro Novembre, tra una bombarda da trafiletto e un obice da editoriale, c’è qualcosa di miliare, anzi di tombale che a gran torto è passato in secondo piano.
Tra un disperato McCain, che finite le cartucce spara i mortaretti, e che —prossimi alla fine anche questi— usa come miccette i Tampax della Palin; tra i botta-e-risposta tra Gelmini e studenti, dove la Gelmini ripete come un orologio a cucù che non tratta con questa «sporca feccia ribelle» [cit.], e dove gli studenti hanno troppo THC in corpo per rispondere qualcosa di diverso da «non si può tagliare fondi dall’unica cosa che ci procura un futuro»; tra un disperato che s’è fatto venire un’ulcera perforante pur di rimanere quanto più possibile su un’isola dell’Africa del Sud a farsi riprendere dalle telecamere della televisione di Stato italiana; tra le pettorute giulive che marciano a passo dell’oca sulle prime pagine dei quotidiani online, i quali poi spaginano pur di mostrare i nuovi fiammanti calendari del 2009 delle suddette; tra le fiammeggianti notizie che divampano fuori dall’aula di un tribunale su un processo per omicidio che nessuno capisce che cazzo abbia in più di tutti gli altri da secoli a questa parte; e tra qualche notizia di sicuro calibro scientifico che ci rassicura sul fatto che se una volta, da piccoli, abbiamo pensato anche solo per un istante a una cosa diversa da tutti i nostri coetanei era perché c’è un qualche cazzo di filamento di DNA che aveva predeterminato questa nostra discrepanza dalla massa; dicevo, in mezzo a tutto questo Can Can di ruggenti esemplari di giornalismo da Web 2.0, c’è sfuggito di un grande uomo che ha lasciato questo piccolo mondo.

Niente di che. Solo uno che, tra l’altro, ha segnato una tappa fondamentale nella crescita cinematografica e sentimentale del sottoscritto.

 

 

Who did you love?

Oramai non fai in tempo a celebrarne uno che te ne muore un altro, e non me ne voglia il povero Britti, che a questo punto dovrebbe strizzarsi sonoramente le gonadi.
«Ne abbiamo perso un’altro! Uomo a terra!», griderebbe il marconista se fossimo a Omaha Beach. Il soldato Bo Diddley non ce l’ha fatta. Come tanti suoi colleghi ha stretto forte la sua Charline fino all’ultimo: una Gretsch dalla forma talmente inusuale da fare concorrenza al ritmo delle sue canzoni. Ma proprio come tanti suoi colleghi alla fine ha pagato il dazio di una vita sregolata, spesso oltre ogni misura. L’avevano quasi avvertito, da lassù: s’era fatto a stretto giro di posta una crisi cardiaca e un’infarto un’anno fa; bene o male aveva ripreso qualche forma e aveva deciso di tornare sulle scene a tutti i costi, con trafile lunghissime e con un terapeutico ritorno nella sua casa in Florida. Ma non è bastato.
È morto stanotte.
Bo Diddley è un altro di quelli più amati dagli addetti ai lavori che dagli ascoltatori veri e propri. Non c’è grande artista della Rock n’ Roll Hall of Fame che non abbia inciso o suonato dal vivo una cover di qualche suo pezzo. Di tutti, i maggiori suoi ammiratori erano i Rolliong Stones, gli Yardbirds, i Quicksilver Messenger Service e gli Who. Ma sono solo una manciata di nomi sugli altri: sono in pochi, volenti o nolenti a non aver suonato qualcosa di somigliante al suo sound per almeno tre decadi, fino agli inizi degli anni ’80; il suo branno più famoso (quasi la sua icona) era e rimase per decenni interi “Who do you love?”.
Una volta Mick Jagger durante un’intervista disse che chiunque avesse guadagnato con il rock n’ roll nella seconda metà del ‘900 avrebbe dovuto mandare delle royalties a Bo Diddley e a Chuck Berry. Da questa parte dell’oceano invece abbiamo stigmatizzato come inventore il secondo e lasciato in penombra il primo. Ironico, anzi grottesco per un paese che ha un festival famosissimo dedicato alla musica contemporanea.

Bo Diddley ha fatto qualcosa che i puristi disdegnano ma che la storia ha premiato: ha portato il blues nel rock n’ roll esasperandone l’aspetto ritmico sopra quello melodico. Chiunque vedesse una sua esibizione aveva il forte sospetto che quell’omone nero con il cappello da cowboy e gli occhiali con la montatura anni ’50 fosse in realtà uno stregone voodoo di qualche strana setta. Lui non suonava la chitarra, la batteva; lui non cambiava accordi, ne martoriava a volte anche uno solo per una canzone intera, facendo della musica un’amalgama indistinta col ritmo e scatenando la frenesia del ballo che avrebbe fatto la fortuna del rock n’ roll lanciandolo nella cultura americana come un missile.

Come tutti i più grandi innovatori era un inconsapevole: non sapeva quello che stava facendo, e soprattutto non sapeva delle conseguenza che avrebbe avuto.
Lui suonava. Anzi percuoteva.
Gli altri, intorno a lui, non potevano far altro che seguire la scia.
Noi, dal canto nostro, dovremmo quanto meno fare il gesto di non scordarcene.