Shy, tentative, even fragile; but you have to protect your own voice, your creative spirit, no matter what it costs.

Lo spot di Apple “Make a film with iPad” contiene un breve stralcio del discorso di inizio anno che Martin Scorsese ha tenuto alla NYU Tisch School nel 2014.
È lungo, ma fatevi il favore e ascoltatelo: è la summa dell’ispirazione di un artista che ho sempre amato e che per il cinema ha fatto molto.

«You can’t do your work according to other people’s values. I’m not talking about “Following your dream” either. I never liked the inspirational value of that phrase. Besides being sentimental, it’s beside the point. Dreaming is a way of trivializing the process. The obsession that carries you through the failure as well as the successes. If you’re dreaming, your sleeping and it’s important and imperative to always be awake to your feelings, your possibilities, your ambitions. But you also know this, for your work, for your passion, every day is a re-dedication. Painters, dancers, actors, writers, filmmakers, it’s the same for all of you. All of us. Every step is a first step; every brush stroke is a test, every scene is a lesson, every shot is a school. So let the learning continue» — Martin Scorsese

Deep purple

In questa spumeggiante maretta mediatica pre-quattro Novembre, tra una bombarda da trafiletto e un obice da editoriale, c’è qualcosa di miliare, anzi di tombale che a gran torto è passato in secondo piano.
Tra un disperato McCain, che finite le cartucce spara i mortaretti, e che —prossimi alla fine anche questi— usa come miccette i Tampax della Palin; tra i botta-e-risposta tra Gelmini e studenti, dove la Gelmini ripete come un orologio a cucù che non tratta con questa «sporca feccia ribelle» [cit.], e dove gli studenti hanno troppo THC in corpo per rispondere qualcosa di diverso da «non si può tagliare fondi dall’unica cosa che ci procura un futuro»; tra un disperato che s’è fatto venire un’ulcera perforante pur di rimanere quanto più possibile su un’isola dell’Africa del Sud a farsi riprendere dalle telecamere della televisione di Stato italiana; tra le pettorute giulive che marciano a passo dell’oca sulle prime pagine dei quotidiani online, i quali poi spaginano pur di mostrare i nuovi fiammanti calendari del 2009 delle suddette; tra le fiammeggianti notizie che divampano fuori dall’aula di un tribunale su un processo per omicidio che nessuno capisce che cazzo abbia in più di tutti gli altri da secoli a questa parte; e tra qualche notizia di sicuro calibro scientifico che ci rassicura sul fatto che se una volta, da piccoli, abbiamo pensato anche solo per un istante a una cosa diversa da tutti i nostri coetanei era perché c’è un qualche cazzo di filamento di DNA che aveva predeterminato questa nostra discrepanza dalla massa; dicevo, in mezzo a tutto questo Can Can di ruggenti esemplari di giornalismo da Web 2.0, c’è sfuggito di un grande uomo che ha lasciato questo piccolo mondo.

Niente di che. Solo uno che, tra l’altro, ha segnato una tappa fondamentale nella crescita cinematografica e sentimentale del sottoscritto.