Nata due volte

Da cinque giorni era cominciato un anno tumultuoso che avrebbe portato l’Italia in guerra. I giornali di quella mattina raccontavano di un cannoneggiamento delle navi italiane a Durazzo, in Albania. A Torino maturavano manifestazioni di interventisti e di neutralisti, scioperi e una rivolta per il rincaro del prezzo del pane.

Alle cinque del pomeriggio il dottor Buscaglino, di professione medico di famiglia, aveva finito il giro delle visite, quando decise di passare in via Pier Carlo Boggio 134, in quella zona tra la crocetta e la zona industriale San Paolo che chiamavano il Polo nord, perché lì faceva sempre freddo. Anche quel pomeriggio, nonostante fosse stata una giornata soleggiata, la temperatura era sotto lo zero e il termometro nella notte avrebbe fatto segnare -6. Continue reading “Nata due volte”

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Springtime for hipsters

«Leggendo le dichiarazioni dei redditi dei nostri amati rappresentanti si rimane storditi da una girandola d’azioni che neanche Messi quando parte palla al piede: Casini investe in profumi L’Oréal e medicine Bayer, il democratico Gentiloni in aperitivi Campari e un po’ tutti affidano le proprie fortune a società estere: Deutsche Telekom, Banco di Bilbao, Bank of America, cara all’americano Martino. Invece sulla baracca che toccherebbe loro raddrizzare – lo Stato italiano – scommettono in pochi. Due, per la precisione. L’udc Roberto Rao, 50 mila euro in Btp, e l’ex pdl Mario Pepe, 100 mila. A rigor di logica alle prossime elezioni dovremmo votare per uno di loro, in quanto sono gli unici il cui interesse coincide col nostro»

Massimo Gramellini

Gramellini, non pensa di aver confuso patriottismo e nazionalismo?

Ma’am has a gun, and refuses to take her medications

«L’eliminazione da parte delle forze Usa dello sceicco del terrore Bin Laden, all’indomani della beatificazione di Giovanni Paolo II, può essere letta come un nuovo enorme miracolo per il mondo regalato dal Papa più amato, che tanto tuonò contro la rete del terrore in particolare ammonendola con le parole “il male è accompagnato sempre dal bene”, volendo con ciò affermare che dietro il male spuntano sempre il bene e la giustizia universale, come dimostrato in queste ore»

Michela Biancofiore, Pdl

Roots

Anderson: You know when I was a little boy, there was an old negro farmer that lived down the road from us, named Monroe. He was… I guess he was just a little more luckier than my daddy was. He bought himself a mule. It was a big deal in round that town. Now my daddy hated that mule. Kuse, his friends were always kidding him about, “They saw Monroe out plowing with his new mule and Monroe is going to rent another field now he had a mule”. One morning that mule showed up dead. They poisoned the water. After that, there wasn’t any mention about that mule around my daddy. It just never came up. One time we were driving down that road and we passed Monroe’s place and we saw it was empty. He just packed up and left, I guess, he must of went up north or something. I looked over at my daddy’s face, I knew he done it. He saw that I knew. He was ashamed. I guess he was ashamed. He looked at me and said: “If you ain’t better than a nigger, son, who are you better than?”.

Ward: I think that’s an excuse.

Anderson: No it’s not, excuse. It’s just a story about my daddy.

Ward: Where’s that leaves you?

Anderson: With an old man who just so full of hate that he didn’t know that being poor was what was killing him.

— “Mississippi Burning”

Don’t think twice, it’s allright…

«Il negro da cortile viveva insieme col padrone, lo vestivano bene, e gli davano da mangiare del cibo buono, quello che restava nel piatto del padrone. Dormiva in soffitta o in cantina, ma era sempre vicino al padrone e lo amava molto di più di quanto il padrone amasse se stesso. Questi negri da corti le avrebbero dato la vita per salvare la casa del padrone, prima ancora di quanto non lo avrebbe fatto lui stesso. Se il padrone diceva: “Abbiamo proprio una bella casa”, il negro da cortile rispondeva subito: “Sicuro, abbiamo proprio una bella casa”.
Ogni volta che il padrone diceva “noi”, anche lui diceva “noi”. Da ciò si riconosce il negro da cortile. Se la casa del padrone andava in fiamme, quel negro si dava da fare più dello stesso proprietario per spengere l’incendio e se quello si ammalava, lui gli diceva: “Cosa c’è, padrone, siamo malati?”. […] Si identificava col suo padrone più di quanto questi non s’identificasse con se stesso; e se qualcuno fosse andato da lui a dirgli: “Andiamo via! Scappiamo! Separiamoci!”, il negro da cortile lo avrebbe guardato in faccia e avrebbe detto: “Amico, ma tu sei pazzo! Ma che vuol dire separarsi? Ma dov’è una casa meglio di questa? Ma dove li trovo dei vestiti migliori di questi e del cibo meglio di questo?!”. Ecco com’era il negro da cortile. A quei tempi era chiamato house nigger.
Del resto li chiamiamo cosi anche oggi, visto che abbiamo ancora fra i piedi parecchi di questi niggers da cortile. La versione moderna di questo servo ama il suo padrone e vuole vivere vicino a lui. Pur di fare ciò è disposto a pagare affitti tre volte superiori per poi andare in giro a vantarsi: “Sono l’unico negro qui!”, “Sono l’unico negro in questo settore”, “Sono l’unico negro in questa scuola”.
Ma se non sei altro che un negro da cortile!»

Malcolm X, Detroit 10 Novembre 1963

[Nella foto: manifestazione del PdL a Roma, 20/03/2010]

Spot the difference

«Se sarò Presidente della Regione istituirò un sussidio unico di disoccupazione di 700 euro mensili per un anno per tutti i lavoratori precari che perdono il lavoro e sono privi dei tradizionali ammortizzatori sociali […] È evidente che il sostegno a chi perde il lavoro rimane centrale nel mio progetto» — Filippo Penati [via Corriere.it]

«“Demagogia” è un termine di origine lingua greca (composto di demos, “popolo“, e agein, “condurre, trascinare”) che indica un comportamento politico che attraverso la retorica e false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore. Spesso il demagogo fa leva su sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, alimentando la paura o l’odio nei confronti dell’avversario politico o di minoranze utilizzate come “capro espiatorio”» [via Wikipedia.org]

Per chi non lo conoscesse, Filippo Penati è il candidato del centrosinistra per la presidenza della Regione Lombardia.

Non nuovo al guazzabuglio dell’attuale pollaio che è il PD (Partito Disponibile), è stato per un mandato presidente della Provincia di Milano, e durante questo quinquennio ha sperperato danaro pubblico come pochi suoi omologhi erano riusciti a fare, appaltando consulenze d’oro ad amici e amici di amici, conducendo operazioni tutt’ora molto poco chiare a spese del contribuente, e mascherando dietro a una finta politica sociale da sinistra mittel-europea un sentimento foremente xenofobo e populista che al suo estremo lo ha portato ad appoggiare le cosiddette ‘ronde’ passate qualche mese fa tra le vaghezze dei leghisti al governo.

Se qualcuno si fosse illuso che con Pilliteri la sinistra lombarda avesse toccato il fondo e non potesse far altro che risalire, ecco la dimostrazione che il nostro è un Paese che in peggio sa sempre come sorprenderti, ma che s’è dimenticato come si fa a farlo in meglio.

Leave and let die

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

Pier Luigi Celli – Ex direttore generale della Rai, attualmente direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli